Quin Quon Quang, Yun Zin Zeng

giugno 21, 2008

E’ un po’ di tempo che mi sto dedicando a un bizzarro quanto istruttivo esperimento; che è quello di sondare, tra gli artisti, i galleristi e i collezionisti, la padronanza dei nomi che compongono lo scenario artistico più importante e invasivo del momento. E si sarà capito che mi riferisco a tutto quanto proviene (o mostra di provenire) dall’inevitabile Cina. Ai periodici vernissages o quando si fanno due chiacchiere in studio, faccio la domanda a bruciapelo: “Fammi una lista dei dieci artisti cinesi emergenti più quotati!” Finora non m’è capitato di trovare una persona in grado di rispondere compiutamente.

“Quin Quon Quang, Quon Qui Quing, com’era più?… Zun Zin Zan, no…Zun Zun Zù…Insomma, quello lì, ci siamo capiti…E poi c’è quell’altro…Ha Yun Ya, Ya Ying, com’è che fa?” Questa sorta di farneticazione è quanto generalmente si ricava dagli interpellati sulla materia: viene in mente il pirotecnico Zang Tumb Tumb di Marinetti. Ancor più viene in mente il colonnello Kilgore di “Apocalypse Now”. In molti ricorderanno la scena in cui questo personaggio (interpretato da Robert Duvall) cercava di ricordare il nome di un villaggio che si accingeva a bombardare: “Come si chiama quel villaggio del cazzo? Vin… Vin Drin Drop…No…Rop…I nomi di questa fogna gialla si assomigliano tutti…”


Noi siamo la rivoluzione (ma solo in parte)

novembre 22, 2007

Qualche giorno fa (una settimana per l’esattezza: ma questi sono i ritmi di ‘Notti Attiche’) a Milano, sono stato presente all’inaugurazione della mostra curata da Michele Bonuomo per la Fondazione Mazzotta. La mostra è di quelle imperdibili, benché abbia per filo conduttore una stagione che incombe incessantemente sulla cultura artistica italiana e che può finire per venire in uggia. Per onestà occorre aggiungere che tale stagione ‘incombe’ a buon diritto: fu ricca e gloriosa, non solo nel nostalgico sentimento di chi la visse, siano essi galleristi, critici o collezionisti (e questi ultimi sono i più nostalgici), ma anche per chi oggigiorno opera nel settore; ché su quel periodo storico ancora ci si puntella, vi si attinge, se ne copiano i vezzi e il linguaggio.

Della mostra ho ricordi frammentari perché, nel visitarla, il già detto sentimento di uggia ha stupidamente prevalso sull’interesse che le opere e l’allestimento meritavano di suscitare; e benché da più parti sia stato esortato a soffermarmi sui pezzi con più attenzione, ho finito per seguire un itinerario del tutto personale, insieme svagato e disordinato. In tanta mia personale somaraggine, m’è però rimasta memoria di splendidi ritratti di Lucio Amelio, che mirabilmente restituivano l’energia del personaggio: un misto di classe e vitalità intellettuale. Così, almeno, l’ho sempre udito descrivere da chi lo conobbe personalmente.

A più oscure divagazioni mi hanno condotto le opere di Joseph Beuys. Costui è ormai universalmente consacrato come un colosso nella storia dell’arte dell’ultimo mezzo secolo; né si può dissentire da tale unanime opinione, a meno d’esser forniti degli strumenti teorici per risistemare criticamente tutta la storia dell’arte del Novecento. Strumenti ch’io non posso vantare e che, se anche possedessi, non impiegherei in un blog. Mi permetto solo di dire che l’icona di Beuys, così monoliticamente carismatica, rappresenta per me il simbolo dell’uggia di cui vagamente parlavo; e che ogniqualvolta mi trovo di fronte quel volto di pietra, quel cappello di feltro e quelle pupille ipnotiche, non posso fare a meno di provare una leggera irritazione. Leggi il seguito di questo post »


La resa di Breda e la bellezza delle ‘masse’

luglio 19, 2007

Siccome questi ultimi mesi ho soggiornato spesso a Milano, per periodi più o meno brevi, sarebbe stato naturale trovare le ‘Notti Attiche’ aggiornate sulla vita artistica milanese o, perlomeno, sulla incessante attività espositiva di cui è capace questa città. Chi seguiva (e segue) questo blog avrà invece notato come io mi sia eclissato, quasi fossi stato fagocitato dalla metropoli lombarda, o mi fossi perso chissà dove nei suoi meandri culturali (vedi: ‘Edificio Sedici’) se non addirittura nel suo frenetico sottosuolo. I motivi del mio silenzio sono stati banalmente due: il primo è riconducibile a un ‘principio dell’oste’ che ho già più o meno enunciato nel mio post su Artefiera di Bologna. Il secondo è che la persona che mi ospita durante le trasferte milanesi si bea d’esser sprovvisto, aristocraticamente, sia di connessione in rete che di computer (e addirittura di televisione, ora che io gliel’ho rotta); il che mi impedisce di collegarmi a ‘Notti Attiche’ con continuità.

Riprendo ora il filo delle divagazioni segnalando la mostra di Thomas Struth che sta per chiudersi (il 27 Luglio, per l’esattezza) alla galleria milanese di Monica De Cardenas: vi ho fatto visita la settimana scorsa, deliziandomi dell’atmosfera metafisica che si coglie alle mostre quando sono prossime alla chiusura, e ancor più quando cadono o sconfinano nel periodo estivo. Peraltro la galleria De Cardenas, a differenza di molte gallerie milanesi, non si trova nel cortile interno di un palazzo, ma in un appartamento; a cui si giunge per una rampa di scale che pare fatta apposta per sgombrare il cervello da ogni idea di arte o di ‘artisticità’. La quale è, a mio avviso, la condizione migliore per godere delle opere d’arte.

Le grandi fotografie di T. Struth ritraggono famosi capolavori d’arte nell’atto d’essere osservati dai gruppi eterogenei degli abituali visitatori dei musei (in questo caso si tratta del Prado e dell’Ermitage). Alcuni degli scatti sono eseguiti in modo tale che l’opera d’arte non appare visibile, quasi quest’ultima stesse ammirando il suo pubblico ‘in soggettiva’. Come Struth abbia ottenuto tale tipo d’immagini e come abbia mimetizzato le sue ottiche in modo da non influenzare l’atteggiamento degli ignari turisti m’è stato spiegato dal direttore artistico della galleria. Non riporto qui la procedura, temendo di non aver ben compreso il marchingegno: dico solo che si tratta di un sistema di schermi e paratie che nascondono la macchina fotografica, pur consentendo all’artista di controllare l’attimo dello scatto.
Fatto sta che queste foto sono capaci di elargire curiose suggestioni e spunti per interminabili divagazioni, non solo sul rapporto tra opera e fruitore o sulla famigerata questione della ‘riproducibilità’, ma anche, a chi come nel mio caso è appassionato di Velàzquez, su alcuni aspetti di questo pittore che non m’erano mai apparsi così lampanti. Dico questo giacché alcuni degli scatti di T. Struth, e a mio avviso i più interessanti, hanno per soggetto famosissime opere di Velàzquez, tra cui ‘La resa di Breda’, ‘Las Meninas’ e ‘Las Hilanderas’. Leggi il seguito di questo post »


Edificio Sedici…

maggio 15, 2007

Se volete uccidervi dalle risate andate a questo sito, segnalato dall’ottimo Slipperypond. Per una spiegazione della faccenda e per i commenti al proposito rimando allo stesso Slipperypond (e qui lo dico: dovessi rinascere vorrei essere slipperypondiano). Mi limito a rimarcare che nel filmato con cui si apre il sito dell’Edificio Sedici, il venditore, a un tratto, schiaccia rumorosamente qualcosa per terra: immediatamente viene in mente uno scarafaggio, ma io avanzo l’idea che si tratti dei residui d’uno spettro (marxianamente inteso) di un operaio della Breda.


‘Looking for time’ e altre divagazioni

maggio 14, 2007

Alla galleria Francesca Kaufmann di Via dell’Orso (Milano) sta per terminare l’interessante personale di Maggie Cardelùs, Looking for time. Ho avuto modo di visitare la mostra qualche giorno fa, mentre mi trovavo nella città meneghina o della madonnina che dir si voglia. Mi verrebbe da dire nella città delle zanzare, visto che la prima notte del mio soggiorno milanese sono stato assalito da torme di piccole zanzare nere. E qui si apre una divagazione: per tutta la notte passata a lottare coi minuscoli vampiri m’è echeggiato in testa il verso di una poesia francese di Eliot (Lune de miel):

On rèleve le drap pour mieux égratigner

Sebbene i due sposini del componimento di Eliot non da zanzare fossero tormentati, ma da cimici (‘punaises’), non fa differenza per quanto riguarda la percezione dello stato d’ostilità e desolazione dei tempi moderni. In altri versi della stessa poesia Eliot dice (anzi, canta):

Ils vont prendre le train de huit heures
Prolonger leurs misères de Padoue à Milan

Mi son sempre chiesto se la moglie di Eliot non avesse iniziato a covare la sua follia durante il romantico viaggio (1911) che ispirò questo componimento. Nel mio caso chi mi ha ospitato, che è persona squisita, ha provveduto a rifornirmi d’un diffusore elettrico Baygon, del tutto inodore e capace di sterminare zanzare per 48 ore di fila. A voler tirare in ballo i correlativi oggettivi c’è da domandarsi quali scenari allegorici apra un diffusore elettrico d’insetticida, il quale se libera dal fastidio delle zanzare (o delle eventuali ‘punaises’) non seda (l’ho sperimentato) l’ansia da waste land; anzi, l’accresce. Tanto che sull’azione di infilare il detto diffusore nella presa e di ruotarlo finché si veda accesa la spia rossa, si potrebbero scrivere versi sicuramente emblematici. Per concludere: le zanzare (o le ‘punaises’) non sono in sé responsabili della desolazione, così come non lo è l’insetticida né i danni alla salute eventualmente provocati dall’insetticida. Ammesso che si possa parlare di una ‘nequizia de’ tempi’ e che non sia questa percezione da imputarsi a sistemi nervosi eccessivamente fragili, i responsabili di tale stato di cose sono a tutt’oggi irrintracciabili e indefinibili.

Tornando alla mostra della Cardelùs, tra le opere esposte (si tratta di video) segnalo in particolare Mervyn, an expanding portrait. Per comodità, riprendo il comunicato stampa:

Mervyn, an expanding portrait è un ritratto fotografico presentato in una cornice digitale collegata via cavo a un sito internet. Il funzionamento dell’opera è regolato da un vero e proprio contratto, con cui l’artista si impegna – fino alla propria morte – a inviare immagini dal sito alla cornice digitale. Una stampa cartacea della prima immagine è conservata nel cassetto inserito nella base della cornice, mentre le immagini successive – il cui ritmo e contenuto è stabilito unicamente dall’artista, in quanto la cornice è un semplice terminale – contribuiranno ad espandere il ritratto di Mervyn, che attualmente è un bambino. L’ultima immagine inviata dall’artista prima della propria morte sarà poi conservata nel cassetto insieme alla prima, e a quel punto la cornice si spegnerà definitivamente.
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All’origine della pazzia di Van Gogh: il piombo, la pipa e altre ipotesi

aprile 25, 2007

Qualche post fa ho citato un ‘Autoritratto con la pipa’ di Courbet. Parlando di pittori con pipa annessa non può evitare di balzare alla mente Vincent Van Gogh, il quale fu notoriamente un grande fumatore, tanto che spesso preferiva il fumare al dipingere, come scrisse in una lettera all’amico Bernard: “I quadri più belli sono quelli che si sognano fumando la pipa a letto, ma che non si fanno.” Tra parentesi, informo che la ditta ‘Ser Jacopo’, tra i massimi esponenti dell’artigianato pipario pesarese, ha in produzione una linea di pipe intitolata proprio al maestro di Groot-Zundert; le forme si ispirano a quelle delle pipe esibite da Van Gogh nei suoi quadri e non sono prive di fascino, benché inadatte al passeggio o alla vita sociale, a meno di non voler apparire degli eccentrici o dei matti. Son pipe da fumarsi a letto, all’uso di Van Gogh.

V’è una diceria popolare (ma prima o poi verrà avvallata dalla scienza medica) che sostiene il fumare sdraiati sia dannosissimo per l’organismo: qualcuno l’avrà senz’altro sentito dire dai nonni o dai propri genitori. A me è capitato, almeno finché le mie fumate erano sotto gli occhi di chi, avendomi messo al mondo, si sentiva chiamato a tutelare la mia salute; attualmente a protestare è la mia compagna, ma solo quando esagero (sia nel fumare che nello star sdraiato).
Van Gogh, abbandonato a se stesso nella solitudine di Arles, disattendeva tutte le più elementari norme igieniche e salutistiche, non solo per quanto riguarda la pipa e il fumare a letto, ma anche per quanto concerne l’ormai famigeratissimo e velenosissimo piombo. E v’è chi è convinto che l’origine della romantica pazzia di Van Gogh non vada ricercata in nebulose tensioni artistico-spirituali, ma nell’esiziale cocktail di piombo e pipa; cui va aggiunto, a condimento, l’immancabile assenzio.

Fortunatamente, oggigiorno (direbbe Piero Angela), basta fare un giro in rete per essere informati circa i rischi connessi all’accessoristica classica del pittore (oltre al piombo, pipa e alcool) e per non incorrere nei problemi mentali cui fu soggetto il povero Vincent: giusto perché non ci si trovi, di punto in bianco, a tagliarsi un orecchio senza sapere il perché. Si può cominciare dall’infallibile Wikipedia, che al check-up di Van Gogh ha riservato un’intera voce (‘Vincent Van Gogh’s medical condition’); ove, tra i vari paragrafi dell’anamnesi medica, la pipa è indicata come una possibile concausa delle patologie dell’artista:

He was never without his pipe and smoked it even on his deathbed, and he admitted on several occasions that he smoked too much Leggi il seguito di questo post »


Il copia e incolla

aprile 12, 2007

Ieri ho letto un’affermazione spassosa. Che avrei commentato sul sito ove è apparsa, se non mi fosse venuto timore di apparire invadente; o di destar l’impressione ch’io sia mosso da intenti persecutori nei confronti dello stesso sito e dell’amico che lo gestisce. Avendo un mio spazio, mi son detto, ed essendo questo orgogliosamente autistico e divagante, per una volta farò i miei commenti tra le mura di casa; giusto per rileggermeli e far due risate tra me e me, come i matti, nei momenti di noia. Né s’allarmi il mio amico pensando ch’io intenda d’ora in poi privare il suo sito delle mie esternazioni: sempre sono e sarò il commentatore ufficiale di ‘Mastroblog’.

La sentenza che ho trovato comica viene da un esimio studioso anglofono, tal Derrick De Kerckhove, già collaboratore di Marshall McLuhan e ora direttore del ‘McLuhan program’ dell’Università di Toronto; col quale l’amico Mastrolonardo ha avuto occasione di chiacchierare in un’intervista apparsa originariamente su ‘Il manifesto’ del 5 Aprile e in seguito riportata su Mastroblog. Va perciò chiarito che la mia ilarità non è da riferirsi alla persona o all’operato dell’impeccabile Mastrolonardo, essendosi limitata la sua azione a sottoporre il De Kerckhove ad alcuni quesiti; cosa che non rende l’amico giornalista responsabile delle risposte. Peraltro lo stesso Mastro così ha definito il soggetto: “spiazzante e laterale rispetto alle opinioni dominanti.”
Ma ecco la frase (o meglio, le frasi) cui mi riferivo: Leggi il seguito di questo post »