3/ La chimera del ‘medium’: Reembrandt, i galeoni e i reattori nucleari

Gennaio 23, 2007

Tra le più misteriose della tradizione artistica occidentale, la tecnica di Reembrandt ha fornito, ai critici e ai pittori, la materia ideale per costruire prodigiosi castelli di fantasie circa l’ineffabile ‘medium’. Che il maestro olandese dalle alchemiche strutture dell’uovo traesse le virtù del suo ‘legante’ fu congettura diffusissima, contemplata anche dal nostro espertissimo G. Piva, che ne accennò nel suo ormai storico manuale. Altre dibattute ipotesi tirarono in ballo il silicio, il litargirio, l’albumina e in generale le resine (è il caso di Max Doerner). Vi fu poi chi sospettò l’uso d’una sorta di tempera a far da ‘base’ alla pittura.

Il vortice delle supposizioni trova ragione nel fatto che, di fronte alle opere di questo artista, non si può fare a meno d’immaginare un ‘veicolo’ per i pigmenti di qualità mirabolante: il numero delle stratificazioni e delle textures pittoriche è incalcolabile, sottili pellicole sono apposte a ruvidi rilievi di materia, i mezzi corpi si sovrappongono a volte alle velature. Roba da far arrovellare qualsiasi pittore con un minimo di coscienza di tali materie. Ragionevolmente, a meno di non supporre che il maestro eseguisse le sue opere in tempi lunghissimi (si parlerebbe di anni: cosa inammissibile e in contrasto con i documenti storici), tutto porterebbe a escludere l’uso del solo olio da parte di Reembrandt. Quest’ultimo non è però di grande aiuto a diradar le nebbie, ché una delle poche testimonianze lasciate dal maestro circa l’insegnamento del suo metodo pittorico fu la seguente frase: “Prendi il pennello e dipingi.”

Nel 1989, al fine di porre termine a ogni farneticazione sul ‘medium’ reembrandtiano, o come si suol dire: ‘per tagliar la testa al toro’, il dipartimento scientifico della National Gallery di Londra avviò una serie di meticolose indagini fisiche, chimiche e radiologiche sulle opere del maestro. Apprendo la cosa da un saggio di E. van de Wetering, scritto in occasione della grande mostra di Reembrandt organizzata nel 1991 dalla Gemaldegalerie di Berlino, dal Rijksmuseum di Amsterdam e dalla stessa National di Londra.
Dalle analisi emerse l’inverosimile: ovvero che nella materia pittorica presa in esame non v’era traccia d’altre sostanze che pigmenti e olio di lino; solo eccezionalmente pare che Reembrandt cedesse alla tentazione d’un po’ d’olio di noce. Il quale fu il suo unico sfizio e stravaganza.
Stante l’oggettività dell’indagine, l’esito delle analisi, per quanto contrastante con ogni forma di buon senso pittorico, fu preso per buono. Io stesso dovrei esserne confortato (benché ne sia venuto a conoscenza solo ora) dato che ho sempre diffidato dei ‘medium’ alchemici, dei ricettari e delle ricostruzioni troppo complesse circa gli antichi metodi; al contrario, il responso della Scienza m’induce a tornare sui miei passi.

Per quanto mi riguarda, tendo a non dar credito alle analisi ’scientifiche’ eseguite sui quadri e ho maturato la convinzione che tali iniziative costituiscano un inutile spreco di soldi da parte delle istituzioni; soprattutto quando gli esami non si limitino a fornire indicazioni per i restauri, ma pretendano di far luce sulla tecnica esecutiva d’un antico pittore. Solitamente l’analisi chimica riesce a far luce sull’ovvio, ovvero a confermare ciò che per un pittore (o per un falsario) è deducibile dall’osservazione, dalla pratica e dai documenti storici: quando si dica che in una certa opera del passato si sono usati pigmenti a base di piombo, di cobalto, di mercurio o d’arsenico o che vi sono tracce di calce o di silicio etc…, non s’è aggiunto nulla al sapere pittorico. Al di là di questi e d’altri elementi fisicamente macroscopici, la comprensione della tecnica d’un artista ha per oggetto una vasta materia organica che, per il fatto d’esser cavata dalla natura e in seguito manipolata secondo un disegno pittorico, rifiuta d’esser ricostruita a partire dagli atomi……

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Il pop e la complessità: riflessioni su un articolo di Wu Ming 1

Gennaio 9, 2007

Nei commenti all’ultimo mio post s’è perso il senno. Siccome io sono convinto dell’esistenza dei demoni e della loro terribile azione sulle anime umane ad essi voglio attribuire tutta la colpa. E incolpo, in via più generale, l’umana dabbenaggine, dato che la ragnatela di connessioni elettroniche stoltamente messa in piedi dall’uomo, tramite la quale in questo stesso momento comunico, credo costituisca l’habitat ideale al muoversi, al proliferare e al diffondersi di tali entità soprannaturali. Chi mi pratica sa che questa mia ‘uscita’ non rappresenta né uno scherzo, né una figura poetica, ma una delle mie più salde convinzioni; tanto che suggerisco a chiunque possieda un ‘ordinateur’ e una connessione in rete di procedere a regolari esorcismi sulla sua attrezzatura. Io, almeno, così mi regolo, seppure a insaputa di chi con me convive. All’uopo, per inciso, ho trovato esser particolarmente efficace l’esorcismo di S. Cipriano; anche se la soluzione definitiva sarebbe il fuoco.

Detto questo, siccome ritengo che sia segno di saldezza non farsi traviare dai demoni, riprendo in mano l’argomento origine della zuffa, cercando però di non riaffondare nella (demoniaca) polemica circa i limiti della ‘netiquette’. In mezzo al piccolo trambusto sorto nei commenti a ‘Russia e URSS etc..’, era stato dato il link a un articolo apparso originariamente sull’Unità e da me definito scarsamente attinente all’argomento. Di ciò rimango ancora convinto ma, se mi si dimostri il contrario, sono pronto ad ammettere che tale giudizio fu offuscato dalla tempestuosa disposizione d’animo che mi possedeva in quel momento. Comunque l’articolo è interessante e degno di lettura; anzi, ringrazio chi l’ha segnalato anche se, pur ora, gli spaccherei la testa (ma qui è un demone a parlare).

L’articolo era questo. Peraltro non è privo d’interesse il sito su cui lo si legge.

Venendo ai commenti, non posso esprimermi in merito all’opera che dà spunto al pezzo, siccome non ho letto ‘La storia di Lisey’. Ciò, data per acquisita la ormai nota TDI (Teoria Dell’Irrilevanza), non sarebbe un limite, ma siccome stavolta voglio far le cose a modo, a questa non m’appellerò. Peraltro non disdegno Stephen King e, nell’articolo di Wu Ming 1, l’opera recensita è quasi un pretesto per svolgere considerazioni ben più generali sulla cultura pop, su alcune delle quali sono in accordo; riguardo ad altre non solo sono in disaccordo, ma col tempo ho maturato nei loro confronti una sorta d’idiosincrasia, dato da qualche anno sono ricorrenti in varii luoghi ove si discute d’arte…..

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Russia & URSS al Palazzo Ducale di Genova: alcune riflessioni sull’avanguardia (che oggi non è più tale)

Gennaio 3, 2007

Chi degna della sua attenzione questo blog mi perdoni se commento le mostre con la tempestività d’un pradipo: a ciò chi mi legge si dovrà abituare, visto che è un aspetto del mio carattere che temo difficilmente possa mutare. A chi s’aspetti da questo sito pronte segnalazioni sul mondo dell’arte, a guisa d’un bollettino, consiglio perciò d’affidarsi ad altri organi; sì da poter al meglio organizzare la propria vita culturale. Ma penso che i miei affezionati lettori abbiano già provveduto in tal senso.

Comunque, per chi come me è distratto informo che v’è ancora tempo (fino al 17 Gennaio) per correre a vedere la mostra in corso al Palazzo Ducale di Genova: Russia & URSS, arte, letteratura, teatro, 1905-1940, evento di cui s’è parlato diffusamente sulla stampa. Per chi invece avesse già veduto la mostra, e avesse curiosità di sapere quel ch’io ne penso, ecco alcune tardive considerazioni.

La mostra è splendida e non si possono che tesser le lodi a chi l’ha ideata, organizzata e allestita, a partire dai due curatori, Piero Boragina e Giuseppe Marcenaro. Vieppiù li si deve lodare se si tiene conto del fatto che sul periodo storico preso in oggetto dalla mostra, per il fascino di cui è carico, s’è già detto tutto il possibile e sono state allestite in passato altre manifestazioni, non prive d’interesse e completezza; ne ricordo in particolare una che visitai al Lingotto di Torino tantissimi anni fa, quando ero ancora un ragazzo, e ove, se non ricordo male, fu ricostruito il famoso monumento spiraliforme di Tatlin (ma potrei sbagliarmi e averlo visto in qualche altra mostra sull’arte russa).

Comunque è difficile, su tale stagione della storia dell’Arte del Novecento, costruire un evento che mostri qualcosa di nuovo o d’originale; non che ciò sia necessario, ma è con sollievo che nel percorso di questa mostra non ho trovato un modellino del monumento di Tatlin, né altre opere che ormai sono icone dell’arte russa del primo Novecento. Vi si trovano invece pezzi che, anche in virtù d’un saggio allestimento, evidenziano quelle che furono le profonde tensioni e contraddizioni insite nelle esperienze artistiche che accompagnarono la rivoluzione russa e la successiva vita dell’Unione Sovietica. Tanto che l’intera mostra potrebbe essere presa a paradigma dell’ambiguità da cui è avvolto il concetto stesso d”Avanguardia’ così come s’è sviluppato in Europa a partire dalla fine dell’Ottocento…..

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Omero era una donna?

Dicembre 16, 2006

Il mio amico Mastro m’ha domandato, in un commento a ‘I modelli di Narciso’, che cosa ne pensassi di questa notizia data dal Corriere: un autore britannico ha scritto un libro per dispiegare una singolare teoria secondo la quale Omero sarebbe una donna (nello specifico: un’aristocratica casalinga). Rispondo con un post, giacché è un po’ che non ne scrivo; inoltre voglio consolidare quella che diventerà una consuetudine di questo blog, cioé il recensire libri senza averli letti. Pratica che, specie se riservata ad autori anglofoni come questo Andrew Dalby, ritengo molto sana oltreché comoda.

Ed ecco, caro Mastro, le mie impressioni: la prima cosa che mi viene in mente è che l’autore deve aver letto Harold Bloom ed essersene ispirato; mi riferisco alla nota teoria secondo la quale i primi libri del Pentateuco sarebbero opera d’una donna, la famigerata autrice ‘J’. Alcune delle argomentazioni riportate dal Corriere cavate del libro di Dalby m’hanno ricordato analoghe ‘prove’ messe in tavolo da Bloom a proposito della ‘femminilità’ dell’autore biblico. Per quanto ne so, le teorie potrebbero essere entrambe vere, e lo dico nonostante io trovi insopportabile Bloom e questo nuovo Aristarco mi paia, a naso, un critico da ’sgub’ (alla Biscardi). Del sesso d’Omero, del resto, poco mi preme: ciò che mi ha sempre indignato, fin da ragazzino, è il fatto che, ascrivendo Iliade e Odissea a una sorta d’ingegno collettivo, si sia tolto a un sommo poeta il merito d’aver composto cotanti poemi; ma nell’ultimo decennio la critica filologica s’è ravveduta. E non per merito mio, giacché delle vigliaccate fatte a Omero mi son sempre rammaricato tra me e me, in rancoroso silenzio.

Se poi l’opera di Dalby sia un favore o un torto fatto alle donne non saprei dire: Bloom, per esempio, che ha sempre dato battaglia alla critica femminista, se n’è uscito con quella trovata dell’autrice Jahvista, come a dire: “Vedete che sono imparziale? Pure a voi donne riconosco un grande autore”. Salvo il fatto che l’eminente autore-autrice si perde nella notte dei tempi (tanto che è senza nome, a meno che non sia Betsabea in persona) e che ad esso-essa si potrebbero imputare molte delle cose che le femministe contestano allo status quo. Insomma, uno scompigliar le carte: che è una manovra tipica di destra. Sarebbe interessante saper qualcosa, e tu Mastro indagherai ch’io son pigro, della ‘formazione’ di questo Dalby e di come è schierato.

Una cosa che mi è parsa già irritante alla sola lettura della recensione del Corriere è comunque il fatto che nel libro di Dalby si trovi un ragionamento di questo tipo, riportato pari pari: «Sei secoli prima di Cristo scrivere poemi del genere richiedeva uno sforzo colossale». Oggigiorno invece sarebbe una bazzecola, dato che abbiamo il computer, l’Ipod e il cellulare: c’è da meravigliarsi che la gente non vada in giro conversando in esametri. Comunque, da questa lampante evidenza l’autore britannico inferisce che Omero fosse una donna: giacché, nel concetto di Dalby, le donne della Grecia antica eran l’uniche ad aver tempo da perdere, non essendo occupate in alcun tipo d’attività. Se in aggiunta l’autrice dell’Iliade fu cieca, come vuole la tradizione, si può immaginare che fosse persona del tutto inutile; e quindi atta alla poesia.

Per concludere, e volendo fornire una mia opinione personale sul problema, dico due cose: la prima è che la ‘femminilità’ che si riscontra in Iliade e Odissea va ascritta alla cospicua componente di cultura ionica di cui i due poemi son pervasi. La seconda, e che per me taglia la testa al toro, è che le antiche testimonianze descrissero sempre Omero come un cieco (e non una cieca) nato a Chio, cosa ben consolidata nella tradizione, salvo qualche delirio di matrice romantica. Comunque: maschio, cieco e nato a Chio il sommo poeta rimarrà sempre nella mia immaginazione. Aggiungo che me lo raffiguro anche con una spada in mano, come Dante lo vide nel Limbo.

A commento conclusivo della faccenda mi verrebbe anche da richiamarmi alla ormai notissima ‘Dottrina dell’Irrilevanza della Realtà Concreta’, in questo caso volta contro Dalby. Tra parentesi: ho notato che tale Dottrina vien bene, indiscriminatamente, a sostenere e a contrastare tesi filosofiche o storiche del tutto opposte. Chi l’ha inventata dev’essere un genio.


I modelli di Narciso

Dicembre 4, 2006

È un po’ che la mostra è stata allestita ma, per pigrizia, l’ho visitata solo l’altro ieri. Parlo de ‘I modelli di Narciso’, a cura di A. Natali, M. F. Giubilei e G. Giusti, in corso alla GAM di Genova Nervi, fino all’11/2/2007.

Agli amici che ancora non l’hanno fatto consiglio di visitare questa mostra. Anche perché l’evento fornisce il pretesto per riammirare la collezione permanente della GAM genovese; cosa che fa sempre bene allo spirito. Io, ogni volta che mi trovo a gironzolare per questo museo, resto divertito dalla sua ‘arruffata’ collezione. ‘Arruffata’, ben inteso, non per colpa dei curatori del museo o dei donatori, ma a causa del confuso e travagliato periodo della storia dell’arte che tale collezione rispecchia. Vi si trovano comunque autentiche perle, come alcuni bozzetti di Barabino, curiose opere del periodo futurista, nonché splendide esecuzioni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Una di queste, il ritratto di E. Mackenzie, opera del 1902 di Luigi De Servi, è un autentico capolavoro e ogni volta che lo rivedo ne rimango colpito. Da pittore dico che ne son quasi indispettito: una pittura magra (credo a sola essenza), veloce, immediata, eseguita in una difficilissima condizione di luce diffusa. Il tutto su un impianto di disegno perfetto e giostrato da una potente quanto misurata inquadratura. Ai Genovesi che, come me, corsero a visitare la mostra di Freud a Venezia un paio d’anni fa, consiglio di rivedere quest’opera: a prima vista il parallelo può risultare forzato, ma, se si faccia mente alle più grandi (per dimensioni) esecuzioni ritrattistiche di Freud, non si può fare a meno di notare qualche analogia, insieme all’estrema modernità del De Servi. Almeno, per quanto riguarda questo quadro.

Tornando alla mostra in corso su ‘I modelli di Narciso’, non darò agli amici delucidazioni circa la provenienza di questa collezione e il criterio di scelta delle opere, visto che tali informazioni sono facilmente reperibili nel web. Si trovano peraltro nel catalogo (che consiglio di acquistare) ottimamente introdotto da Antonio Natali e corredato di valide schede per le singole opere.
Dei pezzi in mostra alcuni sono notevoli, alcuni semplicemente rappresentativi d’una stagione artistica, altri sconcertanti. Per questi vale il discorso fatto circa la collezione in permanenza alla GAM, giacché l’apparente disomogeneità delle opere non è da imputarsi al Rezzonico, che le ha collezionate, né a chi ha operato una scelta tra queste: colpevoli, anche in questo caso, sono i tempi che le hanno generate. Ogni opera testimonia una diversa ’scuola’ o una diversa ‘fase’ nella storia della pittura del ‘900, in una oscillazione continua tra avanguardia e ‘richiamo all’ordine’, scontro con la tradizione e ricerca delle radici. Nè manca l’elemento ludico (raffinatamente concettuale, nel caso di Fontana), o dell’alienazione (come nel caso di Ligabue)…..

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2/ La chimera del ‘medium’: la vespa, la cicca e l’orina

Dicembre 1, 2006

Riavvio il discorso sul ‘medium’ parlando ancora di Dalì, con cui avevo aperto il primo post sull’argomento. Il pittore spagnolo, nonostante si scervellasse intorno al segreto degli antichi ‘medium’ fiamminghi, manifestò però sempre una ostile diffidenza per gli intrugli dei pittori. E nelle opere ch’egli lasciò, intendo quelle scritte, disse la cosa esplicitamente, suggerendo agli artisti di non trasformare i loro atelier in laboratorii d’alchimisti; o meglio: di farlo pure, ma solo per gioco, senza aver la pretesa d’utilizzare, a far dei quadri, le sostanze colà sintetizzate.
Questo mi ricorda un parere simile dato da J. K. Jerome, ma a proposito d’un altro argomento. Ai ciclisti, e in particolare a quelli appassionati di ‘revisioni’, l’umorista inglese suggeriva di tenere due biciclette: una su cui compiere esperimenti di meccanica e dilettevoli esercizi di manutenzione, l’altra da utilizzare per diporto. E aggiungeva ch’era una follia il pretender d’esercitare entrambi gli hobby su uno stesso mezzo: lascio immaginare il perché (il brano si trova in ‘Tre uomini a zonzo’, ed è piuttosto divertente)…..

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In che tempi viviamo…(una divagazione che non c’entra con l’Arte)

Novembre 29, 2006

La mia fidanzata ha un’inclinazione per i cibi biologici o naturali che dir si voglia, inclinazione ch’io non solo non critico ma appoggio pienamente; anche perché nel caso in questione non si tratta d’una manìa, ma d’una propensione dettata dal buon senso e del tutto priva di colorazioni simboliche. Poiché questi alimenti comprendono stravaganze come semi di girasole, varii tipi d’avena, miglio e quant’altro, e siccome questa roba non si reperisce ovunque, mi capita sovente di accompagnare la mia fidanzata a un minimarket specializzato per fare il periodico approvigionamento. La qual cosa faccio di buon grado, ma avendo io una inesplicabile quanto irrazionale ripugnanza per tutto ciò che è sano, pulito ed ecologico (o comunque vagamente di sinistra), di solito mi tengo fuori dal negozio. A fumare.

Ieri, vincendo le mie fobie, mi sono inoltrato nel detto negozio. Ed è stata una fortuna, ché mentre girovagavo in attesa che la mia compagna finisse di fare i suoi acquisti, ho trovato in bella vista su un espositore, e con mia grande sorpresa, la ristampa d’una vecchia produzione di Claudio Risé: ‘Essere uomini’, 6,20 euro, non ricordo l’editore.
Ai maligni dico già che non sono stato attirato dall’immagine del provocante uomo seminudo che campeggiava in copertina su uno sfondo azzurro. Piuttosto, il volumetto ha destato la mia attenzione in quanto di fama, e per averlo altre volte leggiucchiato, m’era noto l’autore. Per chi non lo conoscesse, informo che il Risé è un accademico (per la precisione un Polemologo, mi pare all’Università di Trieste) e che, oltre ad occuparsi di guerra, da un po’ di anni produce curiosi libelli in difesa della virilità e in opposizione alla ‘cultura femminile’. Di questi volumetti uno, ‘L’uomo selvatico’, credo sia stato in passato una specie di best-seller; o almeno, mi sembrò di notare, quando uscì, che in molti lo leggevano e ne traevano ispirazione e ammaestramento per la proprie vite…..

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A proposito del litargirio: la FDA avverte che…

Novembre 24, 2006

Ero del tutto ignaro del fatto che oltre a servire, in qualità di siccativo, per la fabbricazione di eccellenti ‘medium’ per dipingere, il pericolosissimo litargirio fosse tradizionalmente utilizzato, in alcune parti del mondo, come cura per diversi tipi di acciacchi come funghi, dermatiti e bruciature, nonché come deodorante. Sembra che quest’uso del litargirio a mo’ di panacea sia particolarmente radicato, e direi ostinato, nella Repubblica Dominicana. Fortunatamente la FDA sta cercando di affrontare ed estirpare il problema, avvertendo gli incauti a non servirsene e, soprattutto, a non ingerirlo. Il tutto è spiegato per bene qui.

Non giunsero all’aberrazione di servirsene come d’un toccasana alla stregua dei Dominicani, però anche i pittori veneziani del Rinascimento, a dispetto della raffinatezza di civiltà e dell’intelligenza manifestate nelle loro opere, vissero del tutto ignari del problema e adoperarono il litargirio con una leggerezza del tutto incosciente. In cuor mio li compatisco: ci volevano secoli di progresso perché fosse bandito dalle tavolozze e dai mortai dei pittori, come avviene ‘oggigiorno’ (direbbe Piero Angela).

I moderni artisti devono inoltre ringraziare la chimica e, in generale, la scienza moderna che, oltre a fornire gli strumenti per indagare sulla pericolosità di subdole sostanze ritenute per millenni innocue è capace di inventare, per sostituire i vecchi, nuovi e sbalorditivi composti (sia per i siccativi che per i colori): ovviamente a questi dobbiamo tributare cieca e incondizionata fiducia, circa la loro salubrità, come la tributiamo a tutti i nuovi trovati chimici di cui l’uomo moderno dispone e si serve nella vita quotidiana.
Ma della faccenda ho già parlato in altri luoghi.


La buffa (o tragica) storia del piombo

Novembre 20, 2006

Da tempo è stato assodato che il piombo è sostanza perniciosissima per la salute umana. Ai più dotti, dopo che gli storici lo hanno spiegato, è noto perfino come l’uso smodato del piombo da parte degli antichi Romani sia stato la causa principale della caduta del loro impero, dato che questo metallo provoca demenza, sterilità, e orribili malformazioni alla nascita. Vegezio piuttosto che preoccuparsi dello stato di salute dell’esercito romano avrebbe fatto meglio a volgere la propria attenzione sui pericoli del piombo; ma forse egli stesso ne era già vittima. Fortunatamente oggigiorno (direbbe Piero Angela) le attuali normative europee ci proteggono da questo metallo limitandone la produzione e la diffusione; nonché scoraggiandone l’uso. Su ogni prodotto contenente piombo in dosi massiccie appare non solo la croce nera della tossicità ma addirittura la morte cicca, ad avvertirci che si sta maneggiando una sostanza letale.

Dico queste cose perché quella del piombo rappresenta ai miei occhi una delle vicende più curiose, buffe e insieme paradossali nella storia della pittura. Per chi non fosse del mestiere, o per chi non si interessa particolarmente degli aspetti tecnici, occorre però fare una premessa: dico, senza timore d’esagerare, che questo pesante metallo è stato l’elemento portante della pittura antica e che ha seguitato ad esserlo per quella moderna e contemporanea fino a un decennio fa; lo fu soprattutto sotto forma di ‘bianco di piombo’, che è un carbonato di piombo, ma anche sotto forma di ‘litargirio’, ‘giallo di Napoli, minio, che sono tutti derivati del piombo.
Trascurando questi ultimi, di cui si può anche fare a meno, il ‘bianco di piombo’ è stato nella storia della pittura un elemento esiziale e imprescindibile nonché, insieme alle terre, il colore più antico. Non è un eccesso il dire che il bianco di piombo, a dipingere, serviva come la farina a fare il pane…..

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Osservazioni sulla pittura ‘vaga’ e sulla pittura ’sprezzante’

Novembre 12, 2006

Quando Don Abbondio, ne ‘I promessi sposi’, dopo ch’era sfollato per l’arrivo dei lanzichenecchi torna alla sua dimora, con gran dispetto la trova tutta impiastricciata dai disegni lasciati dalle orde di soldati tedeschi. I quali, essendo calvinisti o protestanti che dir si voglia (‘anticristi’ tout-court li definisce Don Abbondio), sui muri, servendosi di braci, avevano cercato di rappresentare dei preti in pose sconcie e grottesche, sforzandosi di rappresentarli i più brutti e mostruosi che fosse possibile; cosa che, commenta Manzoni, per artisti di tal calibro non doveva riuscire certo difficile. Il che lascia supporre che Manzoni ritenesse ci fosse un intimo legame tra la bellezza dei temi rappresentati da un artista e le qualità di quest’ultimo. Chissà se le cose stanno davvero così…

Leggendo gli antichi manuali di pittura o le antiche biografie dei pittori, noto sempre divertito come l’ormai desueto termine ‘vaghezza’ e l’aggettivo ‘vago’ la faccciano da padroni; non diversamente che in un sonetto di Petrarca o in un madrigale marinista. I fiori hanno sempre colori ‘vaghissimi’ e tali sono anche gli incarnati delle fanciulle o i sorrisi dei putti. Risulta evidente da questi testi che il pittore che ‘vagamente’, e in pochi tocchi, sapeva ritrarre ciò che di più bello (vago) la natura mette a disposizione, veniva ritenuto l’eccellente. Il più ‘vago’ di tutti i pittori fu universalmente stabilito essere Raffaello. Vaghissimo è anche il Correggio coi suoi angioletti.
Ai nostri occhi smaliziati di contemporanei pare molto ingenuo identificare il talento con la capacità di dipingere ‘vaghe cose’ , ché a nessuna sorta di ‘vaghezza’ si conformano i temi scelti da Munch, da Dix o da Nolde (o per stare a noi più vicini, da Basquiat o dal Cobra); né l’esecuzione di tali temi è soggetta al discrimine della ‘vaghezza’, a meno di non considerare un espressionista tedesco alla stregua d’un pasticcione o gli autori della transavanguardia alla stregua di confusionari. Ma quel che dico è ovvio: ogni intellettuale che si rispetti è ben conscio del fatto che quando i moderni pittori non appaiano ‘vaghi’ è perché hanno i loro validi motivi, ovvero che scientemente scelgono di rappresentare l’orrore o il grottesco adottando la maniera meno ‘vaga’ possibile; il quale si ritiene sia il solo modo per rappresentare il particolare stato di tormento e alienazione di chi è smarrito nella Waste Land della contemporaneità…Insomma, non si tratta di ‘artisti degenerati’ come voleva Hitler, ma di coscienze consapevoli (o, perlomeno, così si spera) d’uno specifico dramma umano.
Resta però il dubbio che ciò che dicevano gli antichi, allorquando trovavano un discrimine al talento nella capacità di dipinger ‘vagamente’, abbia un qualche fondamento, almeno per quanto concerne alcuni aspetti tecnici dell’esecuzione pittorica…..

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La chimera del ‘medium’: ‘The Alchemist’, il litargirio e le virtù dell’uovo

Novembre 6, 2006

In ‘Cinquanta segreti magici per dipingere’ (ed. Abscondita, 2004) Salvador Dalì afferma che sarebbe disposto a dare o fare non-sa-neppur-lui-che-cosa pur di avere la ricetta del misteriosissimo medium usato da Vermeer di Delft per stemperare i pigmenti. Oggigiorno, direbbe Piero Angela, l’avrebbe ottenuta con un semplice click, giacché frugando nella Rete mi sono imbattuto nel sito d’una ditta che sostiene di avere ricreato il mitico medium dei pittori olandesi a partire da una soluzione d’ambra: l’ha chiamato ‘The alchemist’. Va da sé che, essendo l’ambra costosissima, il prezzo richiesto è esorbitante. Il gioco, però, vale la candela, dato che questo medium è garantito essere identico a quello messo a punto da Reembrandt. In tre o quattro tappe, nel sito, viene mostrata l’esecuzione d’un quadro a mo’ del grande maestro: ne risulta una gouache molto brillante che, manco a dirlo, non c’entra un piffero con Reembrandt o affini.

Turbamenti simili a quelli di Dalì ebbe Giorgio De Chirico, che nel suo ‘Memorie della mia vita’ (Mondadori, non ricordo l’anno e non l’ho sottomano) racconta come anch’egli si fosse arrovellato sul problema degli antichi medium per dipingere. Sembra però che il pittore italiano, almeno per un attimo della sua esistenza, avesse realmente incrociato il misterioso amalgama: un pittore-restauratore ch’egli conobbe possedeva il segreto di questa ‘pietra filosofale’ della pittura e lo ostentava addirittura sulla propria tavolozza sotto forma d’una gelatina biancastra che chiamava ‘il burro dei pittori’. Però, malvagiamente, non volle mai rivelagliene i componenti…..

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Goya il persecutore e le stramberie di Hughes

Novembre 3, 2006

È un po’ tardi per recensirlo ma lo sto leggendo ora: si tratta di ‘Goya’, autore Robert Hughes, 2005, Mondadori, copertina con titolo a rilievo. Comunque non parlerò del libro, almeno per quanto riguarda il merito, salvo dire che è molto ma molto ben documentato e che inquadra magnificamente il pittore spagnolo nello scenario storico. Aggiungo che, nel mio sentimento, rimane tuttavia superiore a questo la piccola opera di Ortega y Gasset su Goya, libro che mi fu regalato qualche tempo fa dall’impeccabile Mastro (impeccabile dal punto di vista librario). Ma non è questo il punto del discorso…Il passo che mi ha veramente colpito e che voglio sottoporre all’attenzione dei pellegrini è quello in cui ( si trova nel cap. I, ‘Verso Goya’) Hughes racconta del suo tormentato rapporto con Goya; qui viene fuori l’ ‘urgenza’ tipica con cui questo artista si fa sotto ai suoi commentatori. Pare infatti che tra i pittori storici Goya sia uno dei più ‘urgenti’ e inclassificabili, la quale cosa era già stata il cruccio di Ortega y Gasset. Ma veniamo al passo del libro e in particolare a queste righe:

“Una volta ebbi l’illusione di incontrarlo (Goya). Fu dopo l’incidente d’auto in cui, nel 1999, rimasi schiacciato come un rospo: l’ossatura del lato destro del mio corpo era in così grande misura a pezzi, disarticolata, polverizzata, che sembrava avessi ben poche possibilità di sopravvivere. I medici e le infermiere…si prodigarono oltre ogni dire per salvarmi la vita…”

Il racconto prosegue su questo tono fino a svelare come, in tale stato d’agonia, l’autore avesse sognato nientemeno che Goya in figura d’una sorta di demone persecutore.
Al di là del fatto che posso concedere a Ortega y Gasset d’avere l’assillo di Goya, essendo egli spagnolo, mentre da Hughes, che è australiano, pretenderei un po’ più di distacco (in fin dei conti è nato agli antipodi), mi riesce molesto trovare in un libro d’arte questo tipo di linguaggio; il quale, generalmente, si associa a dei marinai guerci o a dei gangster. Si può obiettare che, essendo Hughes australiano, almeno questo gli si può concedere: d’usare espressioni come ’schiacciato come un rospo’ (alla stregua di mr. Crocodile Dundee) e iperboli da bullo su ossa ‘polverizzate’. Concessogli pur questo, rimane in me la meraviglia d’aver trovato in un libro su Goya il racconto d’una convalescenza ospedaliera. Non è la prima volta che, leggendo un autore anglofono, mi imbatto in roba del genere. E so che molti ne subiscono il fascino.