Tra le più misteriose della tradizione artistica occidentale, la tecnica di Reembrandt ha fornito, ai critici e ai pittori, la materia ideale per costruire prodigiosi castelli di fantasie circa l’ineffabile ‘medium’. Che il maestro olandese dalle alchemiche strutture dell’uovo traesse le virtù del suo ‘legante’ fu congettura diffusissima, contemplata anche dal nostro espertissimo G. Piva, che ne accennò nel suo ormai storico manuale. Altre dibattute ipotesi tirarono in ballo il silicio, il litargirio, l’albumina e in generale le resine (è il caso di Max Doerner). Vi fu poi chi sospettò l’uso d’una sorta di tempera a far da ‘base’ alla pittura.
Il vortice delle supposizioni trova ragione nel fatto che, di fronte alle opere di questo artista, non si può fare a meno d’immaginare un ‘veicolo’ per i pigmenti di qualità mirabolante: il numero delle stratificazioni e delle textures pittoriche è incalcolabile, sottili pellicole sono apposte a ruvidi rilievi di materia, i mezzi corpi si sovrappongono a volte alle velature. Roba da far arrovellare qualsiasi pittore con un minimo di coscienza di tali materie. Ragionevolmente, a meno di non supporre che il maestro eseguisse le sue opere in tempi lunghissimi (si parlerebbe di anni: cosa inammissibile e in contrasto con i documenti storici), tutto porterebbe a escludere l’uso del solo olio da parte di Reembrandt. Quest’ultimo non è però di grande aiuto a diradar le nebbie, ché una delle poche testimonianze lasciate dal maestro circa l’insegnamento del suo metodo pittorico fu la seguente frase: “Prendi il pennello e dipingi.”
Nel 1989, al fine di porre termine a ogni farneticazione sul ‘medium’ reembrandtiano, o come si suol dire: ‘per tagliar la testa al toro’, il dipartimento scientifico della National Gallery di Londra avviò una serie di meticolose indagini fisiche, chimiche e radiologiche sulle opere del maestro. Apprendo la cosa da un saggio di E. van de Wetering, scritto in occasione della grande mostra di Reembrandt organizzata nel 1991 dalla Gemaldegalerie di Berlino, dal Rijksmuseum di Amsterdam e dalla stessa National di Londra.
Dalle analisi emerse l’inverosimile: ovvero che nella materia pittorica presa in esame non v’era traccia d’altre sostanze che pigmenti e olio di lino; solo eccezionalmente pare che Reembrandt cedesse alla tentazione d’un po’ d’olio di noce. Il quale fu il suo unico sfizio e stravaganza.
Stante l’oggettività dell’indagine, l’esito delle analisi, per quanto contrastante con ogni forma di buon senso pittorico, fu preso per buono. Io stesso dovrei esserne confortato (benché ne sia venuto a conoscenza solo ora) dato che ho sempre diffidato dei ‘medium’ alchemici, dei ricettari e delle ricostruzioni troppo complesse circa gli antichi metodi; al contrario, il responso della Scienza m’induce a tornare sui miei passi.
Per quanto mi riguarda, tendo a non dar credito alle analisi ’scientifiche’ eseguite sui quadri e ho maturato la convinzione che tali iniziative costituiscano un inutile spreco di soldi da parte delle istituzioni; soprattutto quando gli esami non si limitino a fornire indicazioni per i restauri, ma pretendano di far luce sulla tecnica esecutiva d’un antico pittore. Solitamente l’analisi chimica riesce a far luce sull’ovvio, ovvero a confermare ciò che per un pittore (o per un falsario) è deducibile dall’osservazione, dalla pratica e dai documenti storici: quando si dica che in una certa opera del passato si sono usati pigmenti a base di piombo, di cobalto, di mercurio o d’arsenico o che vi sono tracce di calce o di silicio etc…, non s’è aggiunto nulla al sapere pittorico. Al di là di questi e d’altri elementi fisicamente macroscopici, la comprensione della tecnica d’un artista ha per oggetto una vasta materia organica che, per il fatto d’esser cavata dalla natura e in seguito manipolata secondo un disegno pittorico, rifiuta d’esser ricostruita a partire dagli atomi……
Pubblicato da luca
Pubblicato da luca
Pubblicato da luca