‘Looking for time’ e altre divagazioni

Alla galleria Francesca Kaufmann di Via dell’Orso (Milano) sta per terminare l’interessante personale di Maggie Cardelùs, Looking for time. Ho avuto modo di visitare la mostra qualche giorno fa, mentre mi trovavo nella città meneghina o della madonnina che dir si voglia. Mi verrebbe da dire nella città delle zanzare, visto che la prima notte del mio soggiorno milanese sono stato assalito da torme di piccole zanzare nere. E qui si apre una divagazione: per tutta la notte passata a lottare coi minuscoli vampiri m’è echeggiato in testa il verso di una poesia francese di Eliot (Lune de miel):

On rèleve le drap pour mieux égratigner

Sebbene i due sposini del componimento di Eliot non da zanzare fossero tormentati, ma da cimici (‘punaises’), non fa differenza per quanto riguarda la percezione dello stato d’ostilità e desolazione dei tempi moderni. In altri versi della stessa poesia Eliot dice (anzi, canta):

Ils vont prendre le train de huit heures
Prolonger leurs misères de Padoue à Milan

Mi son sempre chiesto se la moglie di Eliot non avesse iniziato a covare la sua follia durante il romantico viaggio (1911) che ispirò questo componimento. Nel mio caso chi mi ha ospitato, che è persona squisita, ha provveduto a rifornirmi d’un diffusore elettrico Baygon, del tutto inodore e capace di sterminare zanzare per 48 ore di fila. A voler tirare in ballo i correlativi oggettivi c’è da domandarsi quali scenari allegorici apra un diffusore elettrico d’insetticida, il quale se libera dal fastidio delle zanzare (o delle eventuali ‘punaises’) non seda (l’ho sperimentato) l’ansia da waste land; anzi, l’accresce. Tanto che sull’azione di infilare il detto diffusore nella presa e di ruotarlo finché si veda accesa la spia rossa, si potrebbero scrivere versi sicuramente emblematici. Per concludere: le zanzare (o le ‘punaises’) non sono in sé responsabili della desolazione, così come non lo è l’insetticida né i danni alla salute eventualmente provocati dall’insetticida. Ammesso che si possa parlare di una ‘nequizia de’ tempi’ e che non sia questa percezione da imputarsi a sistemi nervosi eccessivamente fragili, i responsabili di tale stato di cose sono a tutt’oggi irrintracciabili e indefinibili.

Tornando alla mostra della Cardelùs, tra le opere esposte (si tratta di video) segnalo in particolare Mervyn, an expanding portrait. Per comodità, riprendo il comunicato stampa:

Mervyn, an expanding portrait è un ritratto fotografico presentato in una cornice digitale collegata via cavo a un sito internet. Il funzionamento dell’opera è regolato da un vero e proprio contratto, con cui l’artista si impegna – fino alla propria morte – a inviare immagini dal sito alla cornice digitale. Una stampa cartacea della prima immagine è conservata nel cassetto inserito nella base della cornice, mentre le immagini successive – il cui ritmo e contenuto è stabilito unicamente dall’artista, in quanto la cornice è un semplice terminale – contribuiranno ad espandere il ritratto di Mervyn, che attualmente è un bambino. L’ultima immagine inviata dall’artista prima della propria morte sarà poi conservata nel cassetto insieme alla prima, e a quel punto la cornice si spegnerà definitivamente.

Direi che quest’opera è ‘toccante’ ma, trattandosi di Arte, ho il sospetto che risulterei offensivo. Fatto sta che di fronte a questo video mi sono commosso come raramente mi capita nel caso di questo mezzo d’espressione. Il lavoro della Cardelùs non ha per oggetto il Tempo, ma il tempo con la i minuscola: un tempo spoglio di strutture storiche o esistenziali, ovvero un tempo autenticamente postmoderno. Un’immagine mi è rimasta impressa tra quelle che sfilavano sulla cornice: quella di Mervyn di fronte a un piatto di quelli che avevano l’aria d’essere maccheroni al pesto. Qualcuno sorriderà, ma in quello scatto fotografico, ch’io sapevo avrei visto quel giorno ‘e mai più’ (giusto per buttarla su un tono Rilkiano), ho percepito la quintessenza di quello che è l’ossimoro umano, ovvero una condizione di caduca eternità. E poiché ho evocato Rilke, correggo quanto prima ho affermato: il tempo messo in scena dalla Cardelùs non è il tempo postmoderno; bensì il tempo postmoderno visto con gli occhi di un angelo.
Sul momento non ho pensato a prendere un’istantanea, col telefonino, dell’immagine di Mervyn, e ancora non mi capacito della mia poca prontezza. Suggerisco comunque di farlo a chi visitasse la mostra in questi ultimi giorni, e di serbare nel pc l’immagine sgranata di Mervyn fino alla propria morte; in questo modo non solo possiederà un frammento autentico e irripetibile dell’opera, ma entrerà a far parte dell’opera stessa. Anche se non saprei precisare in che termini o in che ruolo.

Concludo dicendo che chi acquisterà l’opera, se sarà un privato, avrà una bella gatta da pelare: dato per assunto che tra l’opera e il collezionista si instauri un dialogo capace di trasfomare entrambi, e trattandosi questa di un’opera emotivamente ‘pesante’ e regolata da un contratto molto simile a un patto per la vita, chi vi si legherà dovrà prepararsi a un’esperienza di rara intensità. C’è da augurarsi che la storia di Mervyn non vada a finire in mano a persona svagata e inconsapevole, o uscirà devastata dal viaggio che le si prospetta.
Mi resta un dubbio su Mervyn an expanding portrait: cosa succederà se, giunto alla maggiore età, Mervyn dovesse ribellarsi, emigrare, fuggire o, in generale, se rifutasse di farsi fotografare? Ho chiesto delucidazioni in galleria, ma non mi è stata data una risposta esaustiva. Questo elemento imprevisto, peraltro, contribuisce al fascino dell’opera: anche se la faccenda dovesse risolversi in una causa legale per inadempienza contrattuale.

Si sarà capito comunque che suggerisco, in specie agli amici milanesi, di visitare la mostra, poiché ritengo che meriti; e, dato che chiude il 19 Maggio, è questo il momento giusto per farlo, almeno secondo i miei gusti. Segnalo tra le opere anche il video Zoo, age 10: dura dieci ore e ha per colonna sonora una versione espansa della Pastorale di Beethoven. Espansa a dieci ore, chiaramente. Per quanto mi riguarda, amerei veder tutto di fila questo video, a titolo d’esperimento mentale. La mezz’ora o più che ne ho visto mi ha gettato in uno stato di piacevole turbamento.

Update: nella prima scrittura di questo post m’è scappato un corsivo che arrivava fino alla conclusione. Si sarà capito che in corsivo andava scritto solo il comunicato stampa, ove compare la descrizione dell’opera su Mervyn; comunque ora ho corretto tutto. Segnalo anche che la redazione della poesia di Eliot scovata in rete differisce da quella in mio possesso, che è la classica Bompiani: manca qualche verso, e in particolare quelli in cui si fa esplicito riferimento alle cimici.

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