Qualche post fa ho citato un ‘Autoritratto con la pipa’ di Courbet. Parlando di pittori con pipa annessa non può evitare di balzare alla mente Vincent Van Gogh, il quale fu notoriamente un grande fumatore, tanto che spesso preferiva il fumare al dipingere, come scrisse in una lettera all’amico Bernard: “I quadri più belli sono quelli che si sognano fumando la pipa a letto, ma che non si fanno.” Tra parentesi, informo che la ditta ‘Ser Jacopo’, tra i massimi esponenti dell’artigianato pipario pesarese, ha in produzione una linea di pipe intitolata proprio al maestro di Groot-Zundert; le forme si ispirano a quelle delle pipe esibite da Van Gogh nei suoi quadri e non sono prive di fascino, benché inadatte al passeggio o alla vita sociale, a meno di non voler apparire degli eccentrici o dei matti. Son pipe da fumarsi a letto, all’uso di Van Gogh.
V’è una diceria popolare (ma prima o poi verrà avvallata dalla scienza medica) che sostiene il fumare sdraiati sia dannosissimo per l’organismo: qualcuno l’avrà senz’altro sentito dire dai nonni o dai propri genitori. A me è capitato, almeno finché le mie fumate erano sotto gli occhi di chi, avendomi messo al mondo, si sentiva chiamato a tutelare la mia salute; attualmente a protestare è la mia compagna, ma solo quando esagero (sia nel fumare che nello star sdraiato).
Van Gogh, abbandonato a se stesso nella solitudine di Arles, disattendeva tutte le più elementari norme igieniche e salutistiche, non solo per quanto riguarda la pipa e il fumare a letto, ma anche per quanto concerne l’ormai famigeratissimo e velenosissimo piombo. E v’è chi è convinto che l’origine della romantica pazzia di Van Gogh non vada ricercata in nebulose tensioni artistico-spirituali, ma nell’esiziale cocktail di piombo e pipa; cui va aggiunto, a condimento, l’immancabile assenzio.
Fortunatamente, oggigiorno (direbbe Piero Angela), basta fare un giro in rete per essere informati circa i rischi connessi all’accessoristica classica del pittore (oltre al piombo, pipa e alcool) e per non incorrere nei problemi mentali cui fu soggetto il povero Vincent: giusto perché non ci si trovi, di punto in bianco, a tagliarsi un orecchio senza sapere il perché. Si può cominciare dall’infallibile Wikipedia, che al check-up di Van Gogh ha riservato un’intera voce (‘Vincent Van Gogh’s medical condition’); ove, tra i vari paragrafi dell’anamnesi medica, la pipa è indicata come una possibile concausa delle patologie dell’artista:
He was never without his pipe and smoked it even on his deathbed, and he admitted on several occasions that he smoked too much
Siccome il pittore dei girasoli aveva il vizio di fumare a letto, probabilmente fu per lui naturale e immediato farlo anche in punto di morte, dato che si trovava sdraiato. Non ricondurrei perciò, come sembra sottointendere il wikipediano, tale condotta a un atto estremo di sfida antisalutistica, ma a una banale routine; seppur deprecabile. Ricordo poi che, quanto a esibizioni di antisalutismo, in quel momento Van Gogh doveva ritenersi pago, essendosi da poco sparato una revolverata.
Tra le possibili cause della follia del maestro, la wiki-voce non tralascia l’esposizione ai raggi ultravioletti; ciò che volgarmente va sotto il nome di ‘colpi di sole’. Van Gogh trascorreva intere giornate a dipingere all’aperto, sotto il martello del micidiale sole della Provenza:
The idea that van Gogh might have suffered some form of chronic sunstroke etc…
Vincent described the effects of the Arles sun in a letter: “Oh! that beautiful midsummer sun here. It beats down on one’s head, and I haven’t the slightest doubt that it makes one crazy!”
Qualcuno ha preso queste parole alla lettera: pare un certo Grey, che ne accennò in un articolo apparso su un numero di ‘Valori plastici’ del 1924, opportunamente rispolverato dal wikipediano; e su questa materia (si stenterà a crederlo) v’è tuttora un’ampia bibliografia. A difesa di Vincent, e a parziale scusante della sua sventatezza, sottolineo ancora come, durante la sua permanenza ad Arles, costui fosse privo di qualcuno che gli badasse; salvo il dr. Gachet che, a onor del vero, aveva già avanzato l’ipotesi dei ‘colpi di sole’ come origine del malessere del pittore. Fatto sta che se Van Gogh avesse avuto la mamma al seguito, questa gli avrebbe certamente fatto mettere ‘il cappellino’, dato che le insidie del sole stanno in cima alla lista delle preoccupazioni materne: quand’ero ragazzo, e mi ostinavo a dipingere ‘en plein air’, mia madre si raccomandava sempre circa il cappello.
Aggiungo che sulla questione i conti non tornano completamente, ché, se non erro, Van Gogh ostenta in parecchi quadri un fascinosissimo cappello di paglia a tesa larga; ma probabilmente lo portava in casa, per far colpo su Gauguin.
La voce di Wikipedia prende poi in esame, immancabilente, l’intossicazione da piombo, senza però darvi troppo peso. In compenso, è reperibile in rete un pdf di produzione spagnola (Salamanca, 2004) interamente dedicato ai disagi psicofisici di Van Gogh e alla loro connessione con bianco di piombo, giallo di cromo e affini. Siccome noto che il mio pezzo sul piombo è tra i più visitati di ‘Notti attiche’, mi sento in dovere di prendere le distanze dalla leggerezza con cui ho trattato precedentemente la materia; tanto più constatando come la maggior parte dei fruitori siano pittori che tentano di approvigionarsi del venefico metallo, vuoi sotto forma di carbonati che di ossidi. Ignoro quali siano le attuali condizioni mentali di costoro, ma se principiano ad accusare stati di esaltazione e una compulsione inspiegabile alla speculazione teologico-filosofica, abbandonino immediatamente tavolozza e pennelli: lo studio spagnolo rivela come tali sintomi siano da riferirsi a una ‘impregnación tóxica del cerebro’ dovuta al metallo pesante.
Il cervello di Van Gogh, manco a dirlo, era totalmente ‘impregnado’:
En octubre de 1888, Van Gogh se preocupa por estados de exaltación relacionados con “la contemplación de la eternidad y la vida eterna”…
…. el artista queda inesperadamente enajenado por incomprensibles preocupaciones filosóficas y teológicas durante las que intenta llorar y no puede…
….Otras veces Vincent se sentía arrebatado por la locura y la profecía como un oráculo griego en su trípode….
….estas experiencias místicas patológicas se describen en los casos de impregnación tóxica del cerebro
Riguardo la mia persona, tra piombo, pipa e sigari, son consapevole di avere il cerebro ugualmente ‘impregnado’, e me lo tengo così com’è. D’altronde ho la fortuna che chi mi pratica asseconda le mie preoccupazioni teologico-filosofiche, o quantomeno non se ne scandalizza. Sul tema del piombo, del fumo e della pazzia di van Gogh, la Scienza non s’è comunque espressa con definitive certezze: v’è questo studio di Wilfred Niels Arnold (Università del Kansas), pubblicato niente po’ di meno che dal ‘Journal of the History of the Neurosciences’ (anno 2004), che approfondisce ulteriormente la questione. L’ipotesi del piombo, da quel che ho letto di questo scritto, vi è scartata dopo un attento vaglio; del fumo si fa solo un piccolo cenno. Quale poi sia secondo Arnold la causa determinante del disagio di Van Gogh non l’ho ben capito.
Va detto in onore di questo tal Wilfred Niels Arnold che, riguardo alla malattia di Van Gogh, costui ha speso alcune toccanti considerazioni, non prive di sensibilità e d’amore per l’arte. Dico questo senza ironia e al di là del fatto che questo dottore mi è simpatico per aver stabilito che il piombo non fa poi così male. Dalla volontà dello stesso autore, che della patologia del maestro olandese ha fatto una ragion di vita, è nato perfino un sito, interamente dedicato all’argomento: si chiama ‘The Ilness of Vincent Van Gogh’ e l’ho visitato, senza peraltro avere mai la spiacevole sensazione d’esser finito ad aggirarmi nel labirinto della mente malata di Van Gogh. L’allegra e colorata grafica dell’ingresso (la home…) dà fin da subito l’impressione che ci si sta per addentrare in una materia divertente e per nulla drammatica; ma questo circa il dubbio gusto della presentazione è l’unico appunto che si può fare all’operato dello studioso del Kansas.
Per chi si fosse ormai appassionato alla questione cito, solo per completezza, l’articolo di un tal Blumer, che si può da qui scaricare integralmente: ma non ne val la pena, ché è noioso. Più divertente è spulciare in questo forum, dietro il quale non m’è chiaro se vi sia lo zampino del solito Arnold (m’è ora venuto il sospetto che anche il wikipediano e Wilfred Niels Arnold siano la stessa persona). Vi si trovano comunque stravaganti ipotesi ‘bottom-up’ sull’origine della follia vangoghiana. Per farsi un’idea della sterminata bibliografia medica sull’argomento consiglio invece di aprire questo rimando: vi si troveranno 303 titoli di saggi ’scientifici’ su Van Gogh e sulla sua pazzia, molti dei quali pregevolmente corredati da riassunti. Avverto però che, prendere visione contemporaneamente di tutte le bizzarre ipotesi messe in campo dai medici per spiegare il fenomeno Van Gogh, è un’esperienza destabilizzante. Dico solo che tra le cause della follia si trova anche menzionato il vento. Chi si sente provvisto di senso dell’ironia dia comunque un’occhiata a questa bibliografia, tenendo sempre presente che molti medici fumano la pipa e sono soggetti ai colpi di sole (ignoro se manipolino il piombo, ma so che spesso trafficano col titanio).
Scartabellando tra i vari saggi e saggetti, mi sono accorto che uno dei crucci dei medici è la dominante gialla della tavolozza di Van Gogh; la quale, oltre a seganalare l’allarmante presenza del cromo, pare suggerire la sussistenza nel pittore di gravi patologie della visione. Rimando a questo riassuntino d’un articolo apparso negli anni ‘80 sul ‘journal of the American Medical Association’, opera d’un tal Lee (come il generale, a meno che non si tratti d’un asiatico). Queste frasi sono degne di nota, e le riporto:
During the last few years of his life, his paintings were characterized by halos and the color yellow. Critics have ascribed these aberrations to innumerable causes, including chronic solar injury, glaucoma, and cataracts
In contrasto coi suoi colleghi, l’opinione dell’autore di questo testo è che ‘l’aberrazione del giallo’ sia da ricondurre a un’intossicazione da digitalis; la quale veniva somministrata al povero Van Gogh dagli arretrati medici del scolo XIX. A riscattare l’intelligenza dei medici odierni v’è però quest’altro studio, che pare più propenso a ricondurre l’uso smodato del giallo a una, seppur opinabile, scelta estetica del maestro:
Van Gogh’s proclivity for exaggerated colours and his embrance of yellow in particular are clear from his letters and, in contradistinction to chemical or physical insults modifying perception, artistic preference is the best working hypothesis to explain the yellow dominance in his palette
Va notato che quest’ultimo saggio, al pari di quello di Wilfred Niels Arnold, proviene dal Kansas; nelle cui università di medicina si deve arguire regni la più illuminata ragionevolezza e sensibilità per l’arte.
Al di là degli studi medici, giganteschi interrogativi circondano la pazzia di Van Gogh. Ché prima di almanaccare sulle cause di quest’ultima, occorre domandarsi se l’artista in questione fosse effettivamente un pazzo; e, nel caso, quale significato si debba dare al successo universale delle sue opere. Qualche tempo dopo la morte di Van Gogh, Gauguin spedì una missiva al solito Emile Bernard (si tratta dello stesso cui Van Gogh decantò le fumate di pipa fatte a letto). Nella lettera, tra le altre cose, Gauguin protestava per il successo postumo dell’ex amico dei tempi di Arles: «Che senso ha esporre le opere di un pazzo?» Quesito che rimanda a una bibliografia artistica (o estetica che dir si voglia) ancor più sterminata e non meno sconclusionata di quella prodotta dai medici; e a temi su cui per ora non voglio cimentarrmi.
Per quanto riguarda la mia opinione, dico solo che Van Gogh m’è sempre apparso normalissimo; anche se al momento non saprei articolare più chiaramente tale giudizio. Ci rifletterò su…magari a letto, fumando la pipa.
Aprile 25, 2007 alle 7:47 am |
Noto spulciando gli articoli proposti che la scienza medica soprattutto non sembra capacitarsi della eventualità che un pittore possa dipingere diversamente da come vede e si rappresenta la realtà; così se un alone giallo contorna le stelle, è ovvio che il pittore doveva avere perlomeno un glaucoma. La diagnosi per il Dalì della Persistenza della Memoria quale sarà?
Aprile 25, 2007 alle 5:35 pm |
So per certo, avendo letto qualche sua ricetta pittorica, che Dalì usava piombo in abbondanza…
Se hai dato una sbirciata a quegli articoli avrai visto poi quel che si dice delle oblunghe figure di El Greco e degli ultimi, ‘disgregati’, autoritratti di Rembrandt. Ma la cosa fantastica sarebbe questa: che tutte quelle teorie fossero vere! L’intera Estetica occidentale e gran parte della storia dell’Arte prodotte da patologie oftalmiche , avvelenamenti inconsulti e stati di demenza. Mi sto quasi innamoranando dell’idea…
I medici sono i veri nichilisti.
Ottobre 10, 2007 alle 9:32 pm |
solo per dire che mi sono “scompisciato” dalle risate.
Novembre 4, 2008 alle 8:06 pm |
A possibile suffragio della pianta digitalis (che compare accanto al dottor Gachet, medico curante, nel famoso ritratto) come causa delle sue scelte estetiche di Van Gogh, c’è da dire che un’intossicazione di questa pianta produce visione in itterico (cioè giallo) e la comparsa di contorni confusi (aloni o la cosiddetta “visione a rottura di ghiaccio”).
Ovviamente, non basta intossicarsi di digitalis, per essere dei geni..