Outsourcing literature: quattro chiacchiere con Rob ‘manga’ Eliot

Era uno dei quattro ragazzi terribili di Blenhaim Street negli anni ‘90, in quella factory, nota come la HH (Hole House), che fu il crocevia di tutte le più strepitose idee che attraversavano lo scenario underground (e untermensch) alle soglie della web revolution. Poi sconvolse gli ambienti liberal della West Coast con le sue performances. Oggi Rob ‘manga’ Eliot, due figli, vive in una sorta di cottage giusto fuori Newcastle, U.K.. Ma è ancora un guru per chiunque non voglia restare a mangiare la polvere quando già si delinea all’orizzonte la frontiera del web 4.0.
Con qualche fatica sono riuscito a intervistarlo a proposito di quello che è ormai da anni, e sarà sempre di più, il terreno caldo della produzione letteraria: parlo dell’ ‘outsourcing book’ o ‘outsourcing literature’. Ne ho discusso con Rob (provocandolo anche un po’) partendo proprio dalle due differenti definizioni. L’intervista in lingua originale sarà presto disponibile in podcast.

Che differenza c’è tra ‘outsourcing book’ e ‘outsourcing literature’?
Rob: Nessuna…erano due definizioni diverse che circolavano sei o sette anni fa per dire la stessa cosa: la prima era più in voga dalle parti di Park Avenue, tanto per capirci…

Chi fu il primo ad avere l’idea?
Rob: Cooker va in giro per il web vantando d’esser stato il primo ad aprire quella pista: il solito protagonismo dei newyorkesi (ride n.d.r.)…In realtà ebbi io l’idea: ‘Sheet’ fu scritto tutto in quel modo. A quei tempi (si parla del 2001, in pieno sboom delle dot-com, quando improvvisamente tutti gli yuppies della Grande Mela temevano di ritrovarsi sotto un ponte) ero fuggito a Londra e dividevo un appartamento nell’East Bottom, con un ragazzo indiano che cercava di essere ammesso alla Faculty of Classics di Cambridge, ma non aveva i mezzi. Si chiamava Shyam, ed era privo d’un pollice dalla nascita. Buffamente Shyam attribuiva la sua malformazione agli esperimenti nucleari compiuti dal suo paese negli anni ‘70 (ride n.d.r.). Comunque sia, in quel periodo avevo scritto le prime due righe di ‘Sheet’ e non ne ero molto soddisfatto. Inoltre tutto quello scrivere mi rubava tempo, inceppava il corso della mia creatività. Ebbi l’idea di dare trenta pounds a Shyam per finire il capitolo…
In seguito capii che usando il web avrei potuto trovare una miriade di autori cui affidare in outsourcing i pezzi delle mie opere: il mondo è pieno di talenti e si è tremendamente evoluto rispetto ad appena vent’anni fa. Così come sono aumentate le possibiltà per le masse di accedere alla cultura o a una dimensione creativa. Oggigiorno puoi trovare un pivello di Brixton o un cameriere di Harrow in grado di scrivere come Conrad o di versificare come Milton. Basta saper cercare, poi l’Internet fa il resto…
Attualmente non scrivo neanche più un abbozzo di trama, né scelgo il titolo. Capita spesso che sia il mio agente a informarmi di quello che circola a mio nome: roba che non di rado è frutto della partecipazione volontaria e gratuita…Senza contare le enormi possibilità offerte dal vecchio copia-incolla o dai nascenti modelli di ‘forced sharing’…
E l’unità dell’opera?
Rob: Parlare d’unità oggigiorno significa non vedere a un palmo dal proprio naso. Cos’è l’unità? Ha a che fare con l’Io? Siamo in una società post-umanista…L’Io letterario che dominò per sei secoli la cultura occidentale, e che risale a Petrarca, ormai è solo un simulacro che serve a mascherare l’inettitudine di chi non riesce a vivere il vortice della contemporaneità. Pensiamo a quanto siano inefficaci in quest’epoca anche il concetto shakespeariano dell’Io ‘mutevole’ o quello poundiano della ‘politropìa’. Perfino l’Io labile degli autori post-moderni appare oggi come un ferrovecchio. Ciò che si definiva ‘personalità’ è ormai da considerarsi come una rete peer-to-peer, priva di un centro, dislocata in una miriade di upload e download culturali. La risposta non può che essere l’outsourcing…
Ma il lettore non si sente tradito?
Rob: Pensare all’esistenza di un qualcosa che oggigiorno si possa definire ‘lettore’ mi appare altrettanto ridicolo e presuntuoso quanto protestare per l’unità dell’opera. Chi è il lettore? Chi lo stabilisce? Chi può asserire chi o quando legga veramente? Viviamo in una cultura ove la quantità di stimoli è immensa quanto variegata: i segnali si sovrappongono, l’idioletto e la lingua si confondono, i supporti sono infiniti e spesso contrastanti fra loro, il multitasking impera.
Fai un esempio…
Un esempio? Prendiamo una ragazza della banlieu parigina che stia seduta in un vagone di metrò, all’alba, per andare al lavoro. Davanti a sé legge una pubblicità di auricolari per sordi, e intanto ascolta il suo iPod…Non è contraddizione questa? Magari ha anche fra le mani il ‘Zazie’ di Queneau, in edizione tascabile Flammarion, che in quel momento non sta leggendo, e che però sta lì a far da catalizzatore… Non so se mi spiego…Poi qualcuno urta la ragazza e fa cadere il libro, una voce chiede scusa…La ragazza, per chinarsi a raccogliere il libro perde l’iPod, e improvvisamente sente lo sferragliare del metrò, che prima non poteva sentire: così la ricezione s’infittisce di nuovi stimoli, di deviazioni, di trame e sottotrame. A quel punto un libro che cos’è? Qual’è il suo posto? Fra le mani d’un lettore o per terra? Aperto o chiuso?
Ma dunque a chi sono destinati i libri?
Rob: Anche evocare il ‘libro’ significa esser legati all’idea d’un feticcio quasi animista che non trova posto nella fluidità del contemporaneo…Ma tornando al destino dell’opera letteraria: chi stabilisce che l’opera debba trovare la sua meta sotto forma d’una identità ricettiva? Perché non si può pensare anche a un outsourcing della ricezione?
Cioé?
Rob: Non so…Faccio un esempio: alle volte mi capita di dover scrivere una recensione di questa o quell’opera e però non ho il tempo o la voglia di leggerla. Beh, spesso passo il lavoro a Shyam, che ancora lavora con me. Lui legge, critica, poi io firmo tutto…Ma attenzione: chi mi dice poi che Shyam abbia personalmente letto la detta opera? Da quando ha qualche soldo in tasca può benissimo pagare qualcun altro che faccia il lavoro; o magari rivolgersi a più persone, affidandosi alla cultura partecipativa….e siamo già a tre, se non quattro, o cinque, o infiniti passaggi di outsourcing ricettivo.
Tutto questo non genera confusione?
Rob: Semmai produce varietà, complessità, dinamicità.
Senza rischi di perdere in qualità o profondità?
Rob (ride divertito n.d.r.): Suvvia…
Ma ti capiterà di immaginare il volto d’un lettore, di pensare alla sua dimensione esistenziale, al suo ‘posto nel mondo’?
Rob: Vedi questo è il genere di argomenti per i quali ormai nutro una vera idiosincrasia…Parli di un ‘posto nel mondo’ quando posso essere a Londra, a Los Angeles e a Shangai contemporaneamente, e intanto sto fumando una delle mie Dunhill d’epoca (Rob ne è collezionista n.d.r.) nella veranda di casa mia; magari sorseggiando un Armagnac e con tre o quattro ragazzine che mi aspettano in camera da letto… Ne parlavo in Second Life con Moses Bumbo, avatar dietro cui si cela un’identità che ora non voglio rivelare, ma che bisognerà seguire con attenzione (detto da Rob c’è da fidarsi: prendo nota n.d.r.).
E di che si parlava?
Rob: Proprio del fantomatico ‘lettore’ e della modalità esistenziale che fa in questo momento storico da sfondo a tale entità. Oggigiorno l’esistenza d’un cittadino, sia esso occidentale o no (ma non v’è più differenza), non segue più un unico filo conduttore come quando v’era una monotonia professionale dalla vita alla morte. Faccio un esempio: Shyam ha una specializzazione in sanscrito, ma ha lavorato come magazziniere da Harrod’s, poi per un certo periodo in un’agenzia di pubblicità e addirittura in un pornoshop kosher; in seguito ha tentato di accedere a un college cantabrigense, ha cucito borse e ha perfino lucidato le scarpe per strada. Recentemente so che ha fatto anche da scudo umano in Pakistan, per conto d’una ONG. E in tutto questo, pensa: la maggior parte delle traduzioni di classici edite da Brookshield sono sue, benché pubblicate sotto altri nomi…
E quindi?
Rob: Quindi si può concepire la vita di Shyam come una serie di spin-off sulla falsariga d’una entità o d’un vago canovaccio che risponde alla parola ‘Shyam’. E ognuno di questi spin-off ha la sua indipendenza, la sua autonomia, i suoi angel investors, ed è capace di generare a sua volta altri spin. Ecco, oggi bisogna cominciare a pensare a uno spin-off reader o, in generale, a uno spin-off citizen. L’opera non deve più rivolgersi monoliticamente a un’identità sola, ma ad ognuno di questi spin, momento per momento, caso per caso. So che in Italia alcuni intellettuali (fortunatamente pochi) guardano al sociale e si lamentano della precarietà, della frammentazione dei percorsi esistenziali: perché invece di lagnarvi non cercate di costruire qualcosa su questo stato di cose? Intendo, facendo funzionare la letteratura o l’arte…
Lagnarsi è un male antico dell’Italia…
Rob: Eppure so che anche da voi qualcuno lavora da tempo sulle nuove forme dell’outsourcing letterario o, almeno, ci prova…Dovreste aiutarlo.
Non è facile…
Rob: Questo è certo. Continuerei la conversazione, ma adesso devo proprio scappare…
Sempre indaffarato, Rob….Stai lavorando a qualche nuovo progetto?
Rob: Per ora non posso far trapelare nulla: ti dico solo di tenere d’occhio qualcosa che si sta muovendo tra le comunità ‘quick sharing’, dalle parti di maritoba.com.rob… Penso che ne vedrete delle belle…

Dopo questa intervista ho cercato di mettermi in contatto anche con Shyam, per avere qualche testimonianza circa il suo rapporto con Rob. Purtroppo al telefono si è rivelato molto scontroso e, dopo uno scambio di battute, ha interrotto bruscamente la comunicazione lanciando una confusa serie di improperi contro lo stesso Rob. Forse è un momento di turbolenza tra i due, e Rob non m’aveva avvertito. Ma nessuna sorpresa: convivere con un genio come ‘Manga’ Eliot non dev’essere facile…

4 Risposte a “Outsourcing literature: quattro chiacchiere con Rob ‘manga’ Eliot”

  1. gabriele Dice:

    Non conoscevo il personaggio e mi hai incuriosito. Andrò a cercare qualcosa, magari questo Shyam è davvero bravo..Anche se questa concezione così felicemente distribuita dell’identità mi lascia sperare che Shyam per qualche ragione mi chiami e mi dica che in realtà l’ho scritto io il suo libro di Rob. Anzi credo di essere una compartecipazione di Shyam, e voglio più soldi per tutti ’sti lavori che faccio contemporaneamente. Pure lo scudo umano, domineddio!

  2. luca Dice:

    Secondo me è lecito pretendere soldi da Shyam anche senza essere sue compartecipazioni. Ma sulla materia devo domandare a Rob.

    Un saluto a Gabriele

  3. raffaele Dice:

    Anche io ho chiamato Shyam. Gli ho detto che ero un giornalista interessato a un pezzo sulla diaspora indiana. E, ovviamente, gli ho chiesto se poteva scriverlo lui al posto mio.

    Mi ha risposto freddamente (forse era diffidente: il rapporto con Rob non si deve essere ancora ristabilito), ha farfugliato qualcosa di poco comprensibile e, infine, ha ammesso di non essere disposto a lavorare per un emerito sconosciuto. Italiano, per di più.

    Tuttavia, prima di congedarmi, ha parlato di un tizio che potrebbe fare il caso mio. Trattasi, ha garantito, di provetto reporter disposto a mettere la sua arte a disposizione di chiunque gli vada a genio. Non ha però detto dove si trova, né come contattarlo, né quanto costerebbe il lavoro. Tutto quello che ho in mano è un nome: Ramon.

  4. luca Dice:

    Haw haw…Shyam è uno dei pochi nomi indiani che conosco. E solo un indiano si presterebbe in tutto e per tutto all’outsourcing literature.
    Per quanto riguarda ’sto Ramon il nome non m’è nuovo…ma so che lui pratica l’outsourcing dando lavoro e non svolgendolo. Peraltro il suo campo credo che sia un altro…Ma tu prova: mo’ cerco il numero…

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