Mercanti d’aura

Lasciamo perdere l’uomo della strada (e anche qualcuno dell’attico) che è inamovibile da un’asinina recalcitranza di fronte all’Arte contemporanea… ma se al cospetto di tale materia a qualche intellettuale capiti di perder la bussola, o a qualche ‘operatore artistico’ di affogare, v’è in libreria un testo che costituisce un salvifico strumento d’emergenza per tornare a orientarsi e a galleggiare: si tratta di ‘Mercanti d’aura’ di A. Dal Lago e S. Giordano, libro edito dal Mulino e in circolazione da qualche mese.
Né escludo, e non lo escluderanno gli autori, che da tale opera possa trarre ammaestramento perfino il caparbio uomo della strada: con uno stile mai involuto (quasi divulgativo), e pure non privo di spessore concettuale, in ‘Mercanti d’aura’ è spiegato l’abicì (anzi: ‘il bi e il ba’, per dirla con Nino Frassica) dell’arte contemporanea. Cosa ammirevole se si considera che, per abbozzare una spiegazione al riguardo, occorre districarsi in un garbuglio fatto di cornici, controcornici, metacornici e metagiochi; di autoriflessività e fughe dall’arte; e poi di convenzioni, superamenti e negazioni. Il tutto passando dai turbamenti di Benjamin ai cinismi di Warhol o alla sicumera di Gombrich. Materiale che, a volerlo sceverare in un libro, anziché finire per illuminare il lettore potrebbe far entrare in stato confusionale lo scrittore stesso.

Non è il caso degli autori di ‘Mercanti d’aura’, che tengono salda la rotta fino ad approdare a conclusioni che si possono definire rassicuranti sia per gli entusiasti del corso preso dall’arte da un secolo a questa parte, che per gli scettici: i primi avranno conferma d’esser sul binario giusto, i secondi verranno tranquillizzati su ogni ansia, che sia di natura ermenutica o politica, e condotti passo passo a comprendere come l’arte attuale proceda secondo una formula di ’scambio’ che sempre è esistita e che è il fondamento dell’umana cultura. Insomma, l’arte è ancora Arte; anche se dell’opera non è rimasta che l’aura e se l’artista, in quel il farraginoso meccanismo di packaging che è l’arte attuale, finisce per esser quasi d’intralcio.
I più ostinati e politicizzati, se ancora volessero protestare, vengono poi avvertiti che qualsiasi tentativo di critica o di opposizione al marchingegno dell’arte contemporanea è destinato a essere inglobato nelle sue metacornici, meta-giochi o meta-aure; e perciò a fallire. Una sorta di cooptazione alla famigerata ‘autoriflessività’. Peccato che in letteratura l’ ‘autoriflessività’ non sia più di moda, ché tale sorta di trappola verrebbe comoda anche nel campo delle lettere: magari utilizzando il web, che si presta.

Comunque, l’assunto di ‘Mercanti d’aura’ è che l’opera d’arte non abbia un valore intrinseco. Tale idea non viene presa in considerazione se non attribuendola alla categoria degli stolidi pregiudizi dell’ ‘uomo della strada’: spettro che appare qua e là per il testo nella persona d’un frequentatore dell’Università per la terza età, le cui convinzioni sono prese a paradigma d’insipienza e ad esempio di ciò che un intellettuale è chiamato a combattere. Peraltro, in questo caso, non si tratta d’una maschera o d’una figura esemplare sul modello della morettiana ‘casalinga di Treviso’, ma d’una persona cavata dalla realtà: uno dei due autori del libro, che ha professato all’Università della terza età, si trovò un giorno a dover spiegare l’ ‘orinatoio’ di Duchamp al detto signore in carne e ossa. Il quale ignorava d’esser destinato a trasformarsi in un nuovo exemplum abiectionis. Pare che l’individuo, posto di fronte all’orinatoio, si sia prodotto in un moto d’indignazione che sfociò in un accesso d’ira precordiale. Solo le pazienti delucidazioni del docente riuscirono a placare l’untermensch e a fargli infine, se non avvallare, almeno accettare l’idea del ‘ready made’.

Diversamente che nell’immaginario dell’ ‘uomo del man’, nell’opera di Dal Lago e Giordano non v’è spazio per i misticismi: “Noi crediamo quindi che l’arte debba essere vista in modo laico…” La qual fede si pratica, pare d’intendere, facendo confusione tra l’aura e il ’simulacro’ cui è ridotto ogni prodotto nel sistema capitalistico; il tutto nell’ambito di un cortocircuito concettuale che trasforma il ‘valore di scambio’ in trascendenza e, se non si fa attenzione, può riportare dritti sparati a Hegel. Peraltro, fa capolino in questo testo un’idea programmatica che è spesso abbracciata da chi abbia abbandonato le velleità eversive, ma non del tutto Marx: ovvero che, dopo il fallimento della Rivoluzione e stante il proposito di non più cimentarvisi, l’unica maniera di sconfiggere il ’sistema’ sia d’assecondarlo in tutto e per tutto:

“Tramontata la possibilità che i produttori divenissero artisti, e questi partecipassero a una qualche trasformazione della vita sociale, l’arte si identifica col capitalismo, di cui diviene l’espressione culturale più coerente. Che cosa può fare l’artista in questa situazione? Immaginarsi una volta di più, pateticamente, la fuoriuscita dalle cose? Oppure andar fino in fondo?”

Ma sì, andiamo fino in fondo…E qualche santo sarà…

Update:ovviamente in rete s’era già parlato della cosa: segnalo quest’ottima recensione.

Una Risposta a “Mercanti d’aura”

  1. luca Dice:

    Mi sono accorto che nella prima versione di questo post avevo scritto Duchamp con la ’s’ in fondo. Storpiare i nomi stranieri fa sempre un bel vedere, tuttavia l’ho corretto. Per scrupolo ho controllato anche ‘Warhol’, ché quando si comincia a esser preda dei dubbi non v’è più fine: su Google l’ho trovato scritto un po’ a tutti i modi, con l’ ‘h’ che vaga di posto a seconda del ghiribizzo di chi lo cita. E questo mi ha rallegrato e ridato fiducia nell’umanità.

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