Qualche post fa, a seguito di un link fornito da un amico dispettoso (nel senso che ha il mondo ‘in gran dispitto’), avevo divagato intorno a un articolo di Wu Ming 1 ove si parlava di ‘popular culture’ e ‘complessità’. Informo chi fosse stato intrigato dall’argomento che quell’articolo costituiva il primo d’una serie di tre, attorno ai quali è sorta in rete una vivace discussione: tanto che la materia elaborata dai Wu Ming è ormai nota come ‘il trittico sul pop’.
Fornisco qui di seguito i riferimenti utili a chi volesse rintracciare tutto il dibattito, a cominciare dal sito Carmilla che ha inserito anche le ‘attiche divagazioni’ nella lista dei commenti alla questione (e ringrazio dell’attenzione): su questa pagina si trovano tutti i link necessari a ricomporre il ‘trittico’ wuminghiano, nonché altre segnalazioni. Tra i siti che hanno ospitato la discussione sul pop v’è poi quello dei lotofagi (come mi piace questo nome…) e Lipperatura. Peraltro già linkati da Carmilla.
Non c’entra, ma, parlando di Carmilla, segnalo (in ritardo, come da aulogellica tradizione…) anche questa recensione. Giusto perché sono un estimatore di Giacon (da qualche parte ho anche la spilletta: ‘comprate un Giacon’…)
Tornando al famoso ‘trittico’: chi si aggiorni sulle ultime due uscite si accorgerà che la materia è stata sviluppata rispetto a quella abbozzata nel primo articolo dei WM. Tanto che alcune delle obiezioni da me sollevate a quello scritto sono state ’superate’ dagli autori del detto trittico; altre restano, a mio avviso, valide. Sempre a mio parere, il meglio riuscito è il terzo degli articoli apparsi ove, tra le altre cose, viene stabilito un parallelo tra le odierne modalità di comunicazione e la cultura rapsodica della Grecia antica (sì, è vago…ma nell’articolo si trovano indicazioni più specifiche), nonché tra alcune strutture narrative dell’epica e certe tipiche della contemporanea cultura ‘pop’….
Sarò insistente, ma rimarco che ciò che il mio post intendeva significare citando l’epica cavalleresca e la relativa creazione di un ‘universo’ complesso (l’avevo accostato a quello Marvel, così come vi si possono accostare il pantheon e l’epos classici) andava nella direzione di quanto illustrato da Wu Ming 1 e 2 nell’ultimo loro articolo. In particolare per quanto riguarda le modalità di creazione e di fruizione (qui strettamente connesse) sulle quali si fonda un certo genere di produzione epica. Cito i WM:
“….vediamo che il mito ha un carattere plurale e policentrico. La versione più celebre di ciascun episodio coesiste e s’incrocia con tante versioni alternative, sviluppatesi ciascuna in una delle molte comunità del mondo greco, cantate e tramandate dagli aedi locali. Aedi che non sono una casta chiusa, a differenza di quanto avviene nelle civiltà più a Oriente: i rapsodi greci non sono detentori esclusivi della facoltà di raccontare e tramandare, né selezionatori – autorizzati da un potere centrale – delle versioni “ufficiali” di ciascuna storia………….C’è un nucleo centrale in buona parte condiviso (macro-eventi come la Titanomachia, la Gigantomachia, l’impresa degli Argonauti e la Guerra di Troia), e poi una nube di diramazioni, fastelli di vicende intersecate. Mille soluzioni di continuità perturbano l’andamento delle storie, sovente troviamo gli stessi dèi e semidei in luoghi e tempi incompatibili tra loro……..”
Questo modello di creatività ‘plurale’ e ‘policentrico, in grado di creare diramazioni, fastelli, trame e sottotrame, ovvero ‘complessità’, è lo stesso che informò la cultura dell’epica cavalleresca, in specie quella eroicomica. Ch’io ho definito ‘pop’ in virtù del fatto che, nella sua genesi, non fu sotto il controllo di una cultura ‘ufficiale’ e accentratrice; anche se, in epoca più tarda, fu poi da questa elaborata. E’ il caso dell’Ariosto, il cui ‘Orlando Furioso’ sfrutta un modello di ‘complessità’ già stilisticamente preesistente (pur dando vita, e non lo si dimentichi tra tanto ‘pop’, a un capolavoro).
Comunque, a tale sorta di ‘parallelismi’ i WM hanno aggiunto considerazioni circa le qualità intrinseche dei media quali produttori di ‘complessità’ che sono senz’altro stringenti; e che impediscono d’esser troppo scettici (un po’ sì: non mi convincerò mai che per seguire la trama di ‘Fight Club’ ci voglia Einstein) sulla particolare accelerazione e complessità degli odierni processi del ‘pop’.
Faccio perciò una parziale marcia indietro riguardo quelle che avevo definito ‘mie idiosincrasie’ nei confronti delle esagerazioni ‘poppologiche’, ché i ragionamenti del ‘trittico’ non sono assimilabili a quelli che di tali idiosincrasie sono causa. Anzi: probabilmente parte della produzione artistica (coll’A maiuscola) contemporanea di riciclata ispirazione ‘pop’ sarebbe snobbata dai WM, nonché molti degli arzigogoli dei critici da catalogo.
O forse no: ma non ho la presunzione di mettermi nel(i) cervello(i) wuminghiano(i), e qui mi fermo…
Resto dell’avviso che il problema del rapporto tra cultura ‘pop’ e cultura ‘alta’ richieda una più approfondita riflessione e che quest’ultima debba concentrarsi in particolar modo sulla cultura ‘alta’. Se si tratta di discriminare tra il ‘pop’ e la spazzatura (cosa che WM sta facendo) o di distinguere tra cultura ‘alta’ e trombonismo, occorre ragionare sull’identità di chi, oggigiorno, possa tracciare tali discrimini. E ammesso che le nuove forme di comunicazione, insieme alla varietà dei ’supporti’, stiano dando vita a una complessa tradizione ‘pop’, similmente a quanto avvenne nella cultura rapsodica, occorre riflettere sul grado di autocoscienza di quelle che sono oggi le entità-’guida’ di tale tradizione.
Parlando di Omero e affini, il sovrapporsi di voci, di filoni narrativi, tradizioni e sottotradizioni fu il riflesso della frammentata configurazione politica ed economica della Grecia nei secoli che precedono il secolo V a.c.: aspetto sottolineato (en passant) dai Wu Ming e che dovrebbe rimandare, ahimé, a una lettura del fenomeno dell’antica ‘oralità’ in chiave di materialismo storico. Offrendo lo spunto per un esame della situazione attuale.
Ma su un tale terreno (oggi demodé) neanch’io voglio qui incamminarmi. Dico solo che è vero che, nella Grecia della tradizione orale, aedi e rapsodi non furono una casta chiusa, e che fu tale peculiarietà a permettere lo sviluppo d’una tradizione complessa e variegata come quella pervenutaci; ma si può altresì dire (Burckhardt o Gentili alla mano) che tali ‘caste’ ebbero coscienza del loro ruolo di riferimento e che non si ritenevano ‘pop’ (ma esisteva la parola?). Peraltro tale grado di coscienza non bastò loro a opporsi alle riforme che produssero tra VI e V sec. a.c. gli immobili ‘canoni’ letterari e le redazioni ‘ufficiali’ dei testi: come quella che, per motivi politici, ordinò Pisistrato dell’Iliade, destando polemiche di cui oggigiorno non restano che echi.
Mi domando se, all’epoca, vi fu chi non riuscì a difendere la magnifica complessità e pluralità della tradizione ‘rapsodica’, in quanto troppo impegnato a inseguire le complesse peregrinazioni spazio-temporali di Eracle e Piritoo…Ma su tali materie tornerò a dire magari in altro post. Chissà che, nel mio piccolo, non ci scappi un trittico.