Non avevo detto nulla su Artefiera. Ma l’autentico mistero resta il panino…

Qualcuno continua a domandarmi perché non abbia scritto un post su Artefiera di Bologna, visto che un paio di settimane fa (o di più?) ho fatto anch’io il doveroso pellegrinaggio. Data la tempistica delle recensioni di questo blog, sarebbe questo il momento ideale per scrivere qualcosa, magari stabilendo un nuovo record. Persevererò invece a non dirne nulla; un po’ per pigrizia, un po’ perché la materia è stata ampiamente trattata da voci più autorevoli, un po’ perché non sarebbe elegante ch’io mi pronunciassi sull’operato di galleristi ed artisti, sia nel caso d’elogi che di critiche: i primi potrebbero apparire interessati, le seconde mosse da malvolenza nei confronti di colleghi. Aggiungo che questo blog, come recita il sottotitolo, ha per campo le ‘divagazioni a braccio’: categoria in cui la mia visita a Bologna non rientrava, essendo stata non una divagazione ma una spedizione mirata.

Chiarito questo (avrei potuto esplicitare più stringatamente la cosa dicendo: “Io non ne so nulla, io fo l’oste…”) e attenendomi alle divagazioni, ci sarebbe invece da ricamare e interrogarsi sulla paternità d’un verso che mi frulla sempre in testa tutte le volte che metto piede a Bologna. Si tratta d’un endecasillabo sdrucciolo, a metà tra il ridicolo e il pomposo, che la mia mente cava non so da dove; e che così suona:

Gino, che fai sotto i felsinei portici?

Nella mia ultima visita, benché non abbia avuto neppure il piacere di vagare sotto i ‘felsinei portici’, questo verso m’ha cantilenato comunque in testa per tutta la giornata. Chi ne ricordasse l’autore (che dev’essere famoso), m’informi. A scopo d’esorcismo.

Tornando alle fiere dell’Arte, siccome oggigiorno i varii saloni e saloncini si sprecano, dalla metropoli al paesone, non mancherà comunque occasione di parlarne: chiaramente, fatto salvo il ‘principio dell’oste’.
Benché tali mostre-mercato permettano di avere un comodo colpo d’occhio su parte della produzione artistica attuale e sull’attività delle gallerie, non ho comunque simpatia per questo genere di manifestazioni. Le quali, e non solo a mio avviso, stanno distruggendo gli ultimi resti d’una socialità che costituiva, fino a qualche decennio fa, il tessuto umano su cui si reggeva la vita delle gallerie, degli atelier e delle collezioni. Peraltro, lagnarsi di tale sorta di ‘Castoramizzazione’ o ‘Ikeizzazione’ dell’ Arte non serve a nulla, dato che non vi sono colpevoli da individuare. Trattasi d’inarrestabili meccanismi globalizzanti. O almeno, così si mormora pur tra i galleristi più vecchi (e scontenti della cosa).

Al di là delle mie angoscie sul ‘local’ e l’Arte, la mia visita ad Artefiera m’ha confermato come la scena artistica si dibatta oggigiorno in un dramma non dissimile da quello vissuto dai protagonisti di ‘Viaggi di nozze’ di Carlo Verdone. Dramma sintetizzato, sul finire del film, dall’interrogativo posto dal trucido Ivano sotto un cielo stellato. E che, più o meno così suonava: “A rega’…Ma oggi che deve da fa’ uno pe’ esse’ veramente strano?”

S’è già visto tutto. Ma qualcosa di nuovo, siamone certi, apparirà. Per il momento, dichiaro d’aver trovato alla fiera di Bologna un oggetto in grado di surclassare, quanto a ’stranezza’, la più audace e perversa delle produzioni artistiche. Mi spingo fino a dire che di fronte a tale oggetto ho avvertito uno smarrimento estatico e intellettivo paragonabile a quello che si proverebbe di fronte al misterioso monolite di Kubrick: parlo del panino che era in vendita al bar per gli espositori. Tra me e me mi sono lungamente interrogato circa la materia di cui era costituito, a partire dal pane. Il quale non era simile ad alcuna sostanza vista o toccata in questo mondo. Riguardo la farcitura, poi, m’appello al principio lovecraftiano dell’innominabilità e indicibilità di ciò che è Alieno.
Anche la barista, interrogata al proposito, non ha saputo fornire chiarimenti circa la natura e la provenienza di quello strano ente: “Ce li mandano così…” è stata la sua unica dichiarazione. Terrorizzata, con un cenno tra il supplichevole e l’autoritario, ci ha poi intimato di non sottoporle altre questioni.

Dato che, come ho detto, questo tipo di panino era quello disponibile al ‘bar per gli espositori’, mi domando come i galleristi si siano regolati durante i cinque giorni di Bologna; ché convivere con un tale enigma e, per di più, nutrirsene non dev’essere facile. Noi, pur non essendo espositori, il nostro lo abbiamo comunque mangiato…

7 Risposte a “Non avevo detto nulla su Artefiera. Ma l’autentico mistero resta il panino…”

  1. c Dice:

    luca,
    devi leggere assolutamente questo articolo. Pane per i tuoi denti…
    http://www.nytimes.com/2007/02/14/arts/design/14pain.html?ref=science
    c

  2. upuaut Dice:

    “A rega’…Ma oggi che deve da fa’ uno pe’ esse’ veramente strano?”
    Ecco. Lo penso anch’io da un po’ (e mi sono sentita pure dare della snob per questo), ma non avevo ancora trovato un modo tanto efficace per dirlo.

    p.s.:
    Il nytimes richiede la registrazione. Si aggira con qualche tentativo tramite http://www.bugmenot.com/.
    Per il verso sui felsinei portici, vale anche googlare o bisogna proprio ricordarselo? :)

  3. luca Dice:

    Si Googoli pure…Io non ho trovato nulla, ma sono un pessimo googolatore. Chissà poi perché, come e quando il mio cervello ha registrato quel verso? Vabé, chiedere che si risponda anche a questo è pretendere troppo…

  4. upuaut Dice:

    Io in compenso non so ancora come si fa a introdurre un link nei commenti, per cui lo metto qui:
    http://www.libromania.it/capitolo.asp?autore=Carducci%2C+Giosue&titolo=Odi+barbare&capitolo=libro+1+capitolo+14

    Carducci, Odi Barbare, “Da Desenzano”. :)

  5. Luca Dice:

    Oh, finalmente…Grazie Upuaut. Ora vado a informarmi su chi fosse questo Gino.

  6. gabriele Dice:

    pensavo che “Gino, che fai sotto i felsinei portici” fosse tratto da Andrea Pazienza, dalla serie “Gino fai questo o quello” e Gino: “prima pagare, poi Gino”. Ma se dite che è Carducci…

  7. luca Dice:

    E’ indubitabilmente Carducci. Resta da domandarsi, trattandosi di un’ode barbara, quale metro latino Carducci volesse imitare in quel verso. Azzardo io, che son saccente: un asclepiadeo minore. ma non sono sicuro…

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