Nei commenti all’ultimo mio post s’è perso il senno. Siccome io sono convinto dell’esistenza dei demoni e della loro terribile azione sulle anime umane ad essi voglio attribuire tutta la colpa. E incolpo, in via più generale, l’umana dabbenaggine, dato che la ragnatela di connessioni elettroniche stoltamente messa in piedi dall’uomo, tramite la quale in questo stesso momento comunico, credo costituisca l’habitat ideale al muoversi, al proliferare e al diffondersi di tali entità soprannaturali. Chi mi pratica sa che questa mia ‘uscita’ non rappresenta né uno scherzo, né una figura poetica, ma una delle mie più salde convinzioni; tanto che suggerisco a chiunque possieda un ‘ordinateur’ e una connessione in rete di procedere a regolari esorcismi sulla sua attrezzatura. Io, almeno, così mi regolo, seppure a insaputa di chi con me convive. All’uopo, per inciso, ho trovato esser particolarmente efficace l’esorcismo di S. Cipriano; anche se la soluzione definitiva sarebbe il fuoco.
Detto questo, siccome ritengo che sia segno di saldezza non farsi traviare dai demoni, riprendo in mano l’argomento origine della zuffa, cercando però di non riaffondare nella (demoniaca) polemica circa i limiti della ‘netiquette’. In mezzo al piccolo trambusto sorto nei commenti a ‘Russia e URSS etc..’, era stato dato il link a un articolo apparso originariamente sull’Unità e da me definito scarsamente attinente all’argomento. Di ciò rimango ancora convinto ma, se mi si dimostri il contrario, sono pronto ad ammettere che tale giudizio fu offuscato dalla tempestuosa disposizione d’animo che mi possedeva in quel momento. Comunque l’articolo è interessante e degno di lettura; anzi, ringrazio chi l’ha segnalato anche se, pur ora, gli spaccherei la testa (ma qui è un demone a parlare).
L’articolo era questo. Peraltro non è privo d’interesse il sito su cui lo si legge.
Venendo ai commenti, non posso esprimermi in merito all’opera che dà spunto al pezzo, siccome non ho letto ‘La storia di Lisey’. Ciò, data per acquisita la ormai nota TDI (Teoria Dell’Irrilevanza), non sarebbe un limite, ma siccome stavolta voglio far le cose a modo, a questa non m’appellerò. Peraltro non disdegno Stephen King e, nell’articolo di Wu Ming 1, l’opera recensita è quasi un pretesto per svolgere considerazioni ben più generali sulla cultura pop, su alcune delle quali sono in accordo; riguardo ad altre non solo sono in disaccordo, ma col tempo ho maturato nei loro confronti una sorta d’idiosincrasia, dato da qualche anno sono ricorrenti in varii luoghi ove si discute d’arte…..
In primo luogo ho alcuni dubbi circa la reale maggior ‘complessità’ delle attuali produzioni pop (ma in discussioni simili si dovrebbe dire ‘popolari’ ché il termine ‘pop’, carico com’è di suggestioni, può già far sviare) rispetto a quelle del passato. Su ciò è tuttavia arduo esprimere un giudizio netto come quello di Wu Ming 1 giacché, mentre è cosa naturale il cogliere tutti i rimandi e i diversi piani simbolici e narrativi d’un opera contemporanea, ben più difficile è possedere lo stesso spettro di ricezione per quanto riguarda un’opera del passato. La quale non è escluso che, ai fruitori dell’epoca, immersi com’erano nella cultura ove l’opera si muoveva, apparisse complessa quanto e più d’una produzione odierna. Ma questo è un vecchissimo problema della critica, riguardante sia le produzioni popolari che quelle rivolte alle élites: quando Singleton, a seguito dei suoi studi sulla cultura e sulle modalità immaginifiche medievali, svelò al mondo (e solo in parte) l’universo allegorico di Dante, questi apparve un poeta ben diverso e ben più complesso di quanto non fosse già universalmente percepito.
Essendo l’interezza della ricezione d’un opera proporzionale (salvo corsi e ricorsi) alla distanza temporale, non è comunque escluso che una persona sommamente erudita sia oggi in grado di fruire completamente d’un opera degli anni ‘50 o ‘60. Né io ho motivo di dubitare che Wu Ming 1 possegga un tale grado d’erudizione.
Contesto però la scelta degli esempi, tipo ‘Braccobaldo’, ‘Scooby-doo’ e affini, messi in contrapposizione ai ‘Simpsons’. Il ‘Popeye’ o il ‘Sappo’ di Segar (parlo delle prime versioni americane a fumetti) o ‘L’il’ Abner’, ad esempio, per la quantità di rimandi (non esclusi quelli linguistici) alla politica e alla società dell’epoca, e per i diversi piani di lettura, non mi paiono meno complessi dei ‘Simpsons’, benché siano ben più vecchi anche di ‘Braccobaldo’. Prova ne è che a tutt’oggi, pur essendo state produzioni del tutto popolari (strisce domenicali), i comics citati sono considerati capolavori di satira, senza che tuttavia se ne possano più cogliere tutte le sfumaure. Esempi analoghi me ne verrebbero a iosa, anche se non avrei le sicurezze di Wu Ming 1 nel fare valutazioni e confronti: per le ragioni sopra accennate.
Ciò che mi rende perplesso è il grande stupore e meraviglia con cui Wu Ming 1 traccia l’evoluzione dello stile narrativo di S. King, giacché si tratta questo d’un processo già ampiamente descritto dai critici strutturalisti. Tra l’altro, lo stile di Wu Ming 1 ricalca in parte quello usato proprio dai semiologi, sebbene sia più poetico. Al di là dello stile, l’evoluzione dei ‘linguaggi’, siano essi visivi o letterari o architettonici o quant’altro, è stata già ampiamente studiata (e si parla ormai di quarant’anni fa) nelle sue caratteristiche di autorefenzialità, nella capacità di creare idioletti proprii, e nelle aperture o coperture derivate dai ‘rumori’ esterni; ovvero nella tensione a una sempre maggiore complessità. La quale non è d’intralcio alla fruizione, neanche nel caso d’opere popolari, in virtù della continuità d’ascolto.
Tale processo riguarda sia le produzioni popolari che quelle ‘alte’ ed è riscontrabile in tutte le epoche storiche. Per fare un esempio, l’evoluzione grafica dallo Spiderman di Romita (il classico) a quello di Mc Farlane o di Larsen è (tolti gli influssi Manga) un processo autoreferenziale d’enfatizazione dello stile. Esso tende a una sempre maggior complessità come, in epoche passate, e in un contesto artistico ‘canonico’, si passò dalle forme e composizioni rinascimentali a quelle manieristiche fino a quelle barocche. Sull’intellegibilità d’una delle ultime tavole di Mc Farlane e sui processi che la rendono possibile, Umberto Eco ai vecchi tempi avrebbe potuto scrivere un’enciclopedia di semiotica.
Il ‘ciclo’ ch’io ho brevemente descritto come tipico d’un linguaggio artistico è peraltro ravvisabile in produzioni popolarissime (più del ‘pop’) appartenute ad epoche ben lontane dalle nostre: per cavare un esempio dall’ambito letterario, si pensi all’evoluzione dei cantari medievali e rinascimentali (tipo l”Aspromonte’ o altri) nelle forme metriche, nelle materie e nelle strutture narrative. Dalle semplici ‘gesta d’Orlando’ dei cantimbanchi si arrivò a creare un’epopea complessissima (un ‘universo’, come quello Marvel) che, in virtù dell’autoreferenzialità, sviluppò in seguito una fitta serie di rimandi interni, sfociando infine in una raffinata dimensione parodistica. Né vi mancarono le sovrapposizioni linguistiche, i richiami alla letteratura ‘alta’ e i riferimenti, per noi oggi spesso indecifrabili, alla società dell’epoca. Quando Pulci mise mano al suo ‘Morgante’ si trovava di fronte una materia ‘pop’ già complessamente formata e, in parte, si limitò a trascrivere e aggiustare ciò che già era stato scritto o memorizzato dai cantimbanchi. All’epoca l’uomo medio avrà pure avuto un QI inferiore a quello attuale, ma sfido qualsiasi odierno lettore di King a tenere a mente tutta la variegata materia dei poemi eroicomici e cavallereschi.
Non è un mistero che cultura ‘pop’ e cultura alta siano sempre vissuti in stretto rapporto e che l’ultima abbia quasi sempre lavorato sulla prima. Per restare nel filone, quando Ariosto scrisse l’Orlando Furioso, si servì della materia ‘pop’ dei ‘cantari’ e di quella ’semipop’ di Boiardo. Utilizzò perfino una forma metrica (l’ottava narrativa, già perfezionata dal Poliziano) che fu un’invenzione popolare, e non del Boccaccio come si disse in passato. Parlando di prosodia, ovvero d’un linguaggio tra i più complessi, non bisogna dimenticare che tutte le metriche romanze sono d’origine popolare; della qual cosa in passato forse qualcuno si sbalordì come nel vedere oggi complesse produzioni pop.
Una volta lessi in un antico scritto, non ricordo se del Ruscelli o del Trissino, l’autore sorprendersi, e insieme lamentarsi, del fatto che tra il popolino fosse diffusa la composizione di sonetti e di canzoni; in virtù, diceva l’autore, della semplicità dell’endecasillabo, ch’egli si proponeva di riformare allo scopo di distinguersi. Ora, l’endecasillabo è un verso tutt’altro che ’semplice’ e, se tale può apparire, è in virtù del fatto che da secoli lo si compone ed ascolta. Fu comunque un verso nato dal ‘popolo’.
Sull’argomento ci si potrebbe dilungare all’infinito se si prendesse poi ad esempio la musica e la relativa strumentistica, cosa, del resto, di cui i critici e gli storici musicali (nonché i musicisti stessi) sono ben consci. Accenno solo al fatto che tutta la musica classica deriva da una lunga tradizione popolare, la quale non fu certamente ’semplice’ né per materia, né per invenzione. Sorvolando poi sulla storia del jazz, la cui evoluzione ebbe una parabola d’impressionante velocità e complessità, in particolare tra gli anni ‘10 e ‘30 e tra i ‘50 e ‘70. Né si trattò di produzione sorta da un’élite. E qui m’impongo di fermarmi, ché così divagando si potrebbe scrivere ‘la madre di tutti i post’.
Fatto sta che d’un pezzo come quello di Wu Ming 1 non condivido assolutamente l’entusiasmo, giacché non vi trovo descritti processi differenti da quelli ravvisabili in altre epoche; nelle quali probabilmente v’era chi percepiva ugualmente una rapida e inebriante trasformazione dei linguaggi ‘pop’. Ciò che mi rende ancor più perplesso è che sotto l’articolo in questione vedo serpeggiare l’idea d’una sorta di progresso (dovuta a cosa non si sa: alle macchine?), tanto che in un punto si afferma, dati alla mano, essere gli odierni bambini occidentali progrediti formidabilmente in termini di intelletto: mi auguro solo che le misurazioni in proposito non siano state fatte basandosi sulla capacità di memorizzazione dei Pockemon.
Dette queste cose, sono certo che il pensiero di Wu Ming 1 sia ben più articolato al riguardo di quanto non si evinca dall’articolo; il quale non è un saggio sociologico o estetico, ma un brillante spunto di riflessione. Né si può essere discordi con l’autore nel constatare che alcuni (e sottolineo: alcuni) processi creativi ‘pop’ siano oggi particolarmente accellerati, forse in virtù dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione. La qual cosa potrebbe in futuro rivelarsi pure come un handicap…Ma ciò richiederebbe altre argomentazioni e farebbe sviare dal discorso.
Comunque, a mio avviso, sulla materia in questione non si deve perdere la bussola, come spesso si ha la sensazione che avvenga, in particolare sulle riviste d’arte; ove alcuni critici, totalmente inebriati dalla vivacità dell’odierna cultura ‘pop’, finiscono per identificare in quest’ultima il solo orizzonte culturale possibile. E tale filone rappresenta un ‘trend’ che dura ormai da parecchio.
Cultura popolare e cultura ‘alta’ hanno sempre convissuto in un rapporto di strettissima reciprocità. Tanto che stabilire una distinzione tra le due non è facile: una copertina disegnata da Frank Franzetta non nascerebbe se non in virtù d’una tensione dell’autore verso la consolidata tradizione pittorica occidentale, così come le opere di Rosenquist o Jones non esisterebbero senza le ovvie radici nella cultura popolare. Quale di queste opere è veramente ‘pop’? Quale è Arte in senso stretto? E ribadisco che tale nesso è riferibile a tutte le epoche: Plauto è ‘pop’ o letteratura ‘alta’? E Wiligelmo? O Giotto? E il provenzale Cercamon? E i racconti di ‘Weird Tales’?
Ciò di cui sono certo è che la rottura nel rapporto tra i due livelli (o estremi) culturali non è mai stata benefica in termini creativi: sia nel caso la produzione popolare perda qualsiasi tensione verso la tradizione ‘alta’, sia nel caso quest’ultima smetta di attingere fortemente alla prima.
E questo è il motivo per cui ritengo che discorsi come quello di Wu Ming 1 non siano particolarmente salutari all’arte, di qualsiasi genere essa sia: ché, ad esempio, se un autore o un fruitore si convinca che le serie TV (ch’io non disprezzo, anzi colleziono) abbiano raggiunto vertici impensabili di complessità, ed in questa abbagliato si perda, difficilmente costui parteciperà attivamente ai processi di sviluppo e di comprensione del linguaggio televisivo.
Il che non toglie che i Francofortesi (e qui do ragione all’autore dell’articolo) sbagliarono alcune valutazioni circa la qualità della cultura di massa e circa i nuovi veicoli espressivi. Ma il mio pensiero credo ormai sia chiaro.
Stante il fatto che per me il concepire i due poli (comunicanti e spesso indistinti) d’una produzione ‘pop’ e d’una tradizione ‘alta’ non pare a tutt’oggi un’aberrazione, resta da stabilire a quale élite debba far riferimento attualmente la seconda; ché le accademie e alcune classi sociali non sembrano più in grado di svolgere tale funzione. Ma questo implicherebbe trattare ben più complesse tematiche politiche, cosa ch’io non saprei fare se non scomodando vecchie categorie d’analisi come il materialismo storico, che oggi vedo non esser di moda. Forse perché si ha la mente troppo occupata dalle serie TV.
Gennaio 10, 2007 alle 10:16 am |
Mi autocommento come i matti: riguardo all’ultimo quesito circa le élites…forse tale ruolo verrà coperto in futuro proporio da entità come Wu Ming? Bah.
Gennaio 11, 2007 alle 3:34 pm |
Molto bello il post (commosso quasi alle lacrime con il ricordo delle strisce dell’Uomo ragno di McFarlane… il mio primo albo a fumentti…) e interessante l’autocommento (…). Un po’ il sogno anarchico del “creare sapere senza accentrare potere”…
E comunque ben vengano iniziative simili a quelle de Wu Ming se servono a creare buona letteratura (Q) e interessanti spunti di riflessione (come questi qui su).
Ciao luca
Gennaio 12, 2007 alle 1:31 am |
Ciao Gianfranco,
l’ autocommento, infatti, non intendeva esser provocatorio, come tu hai ben capito. La realtà è che io non riesco a intravvedere le strutture in cui si potrà configurare in futuro la cultura, in particolare riguardo al rapporto tra i due poli in questione (cultura pop e tradizione). Di fatto, si ha la sensazione che si stiano vivendo cambiamenti epocali, e in questo Wu Ming, come attori analoghi, potrebbero coprire ruoli determinanti. Peraltro questo processo è in corso già da parecchi anni.
Io resto convinto che in tutto questo si deve stare attenti a non rimanere abbagliati: quando ho detto che rispetto ad alcune considerazioni di Wu Ming ho sviluppato una sorta d’idiosincrasia è perché nell’ambiente artistico questo tipo di ‘entusiasmi’ hanno fatto, a mio avviso, perdere l’orientamento a molti soggetti.
Tutta la questione mi ha fatto comunque venire alla mente una serie di geniali opere realizzate da Giacon ( un contemporaneo autore d’estrazione ‘pop’: lo tratta ancora, credo, Lipanjepuntin di Trieste) ch’io vidi un paio d’anni fa a Milano. Erano tele (plotter + interventi grafici) realizzate sulla struttura delle vecchie copertine di Jack Kirby, ove due sexy supereroine molto ‘pop’ (chiamate ‘le modernissime’ o qualcosa del genere) erano raffigurate nel momento della lotta contro i grandi filosofi della tradizione occidentale (da Marx a Hegel a Cartesio etc…); i quali erano rappresentati alla maniera del ‘villain’ Marvel, ossia esaltati, distruttivi e minacciosamente logorroici. ‘Le modernissime’, o come caspita si chiamavano, stavano a rappresentare i baluardi di quest’era post-post moderna: solo che, invece di combattere, vomitavano.
Il catalogo della mostra era molto bello (un vero gadget) e l’avevo preso. Se lo ritrovo, nel marasma del mio studio, cercherò di fartelo avere, perché merita. Piacerebbe anche a Mastro, visto che ha il mito di Jack Kirby.
Un salutone
P.S. Non ho commentato il tuo intervento sul post precedente a questo perché non volevo sciupare l’effetto drammatico della tua lapidaria ‘chiusura’ alla discussione.
Gennaio 13, 2007 alle 2:24 am |
bhè, preciso intanto di avere la ferma convinzione di tenermi lontano da qualunque improvvido tentativo di commentare sostanze e forme di quanto sopra ,se non altro al fine di portare a casa la pelle,od evitare maledizioni e anatemi vari contro cui non credo sapermi riparare.Noto pero’ con piacere,da distratto frequentatore di questo luogo(lo dico per convenienza!),quanto il clima si sia fatto piuttosto caldo ,a dispetto di questo freddo Gennaio.Tuttavia credo di poter comunque esprimere ,al riparo da attacchi spiritici ,un certo compiacimento e una soddisfazione sommessa per lo spettacolo di questa contesa:chè un conto è fare a calci,un altro è il ring(si dice ,non a caso ,nobile arte).Proseguo ,ma non vado oltre nei contenuti,fermandomi proprio a questo sciocco compiacimento,da spettatore !
Gennaio 14, 2007 alle 1:48 am |
Ciao Alessandro,
La verità è che ci si diverte come matti (haw haw). A me questa faccenda fa venire in mente i perdigiiorno di ‘Tristam Shandy’… Ma poi Wu Ming c’entrava o non c’entrava? Chi lo sa? Forse sì…
Comunque, già che sei riapparso: come vanno i tuoi esperimenti col litargitrio? L’hai poi provato? Io l’ho riutilizzato (combinazione) un paio di settimane fa, a titolo d’esperimento. Tale composto mi s’è confermato peraltro difficilissimo da adoperarsi, in particolare per quanto riguarda la diluizione che si deve fare dell’olio (nelle prime fasi del lavoro). Se ti serve qualche indicazione, chiedi; fa’ conto però che sulla materia sto ancora studiando e che non ho certezze assolute. Magari ci s’aiuta a vicenda…
Tienimi aggiornato nel post sui ‘medium’.
Un salutone
Febbraio 13, 2007 alle 6:13 pm |
[...] 13/02: Ho trovato questo post, in cui l’autore, a partire dagli stessi articoli di Wu Ming, dice cose molto molto [...]
Febbraio 18, 2007 alle 6:47 pm |
[...] un link fornito da un amico dispettoso (nel senso che ha il mondo ‘in gran dispitto’), avevo divagato intorno a un articolo di Wu Ming 1 ove si parlava di ‘popular culture’ e [...]