Russia & URSS al Palazzo Ducale di Genova: alcune riflessioni sull’avanguardia (che oggi non è più tale)

Chi degna della sua attenzione questo blog mi perdoni se commento le mostre con la tempestività d’un pradipo: a ciò chi mi legge si dovrà abituare, visto che è un aspetto del mio carattere che temo difficilmente possa mutare. A chi s’aspetti da questo sito pronte segnalazioni sul mondo dell’arte, a guisa d’un bollettino, consiglio perciò d’affidarsi ad altri organi; sì da poter al meglio organizzare la propria vita culturale. Ma penso che i miei affezionati lettori abbiano già provveduto in tal senso.

Comunque, per chi come me è distratto informo che v’è ancora tempo (fino al 17 Gennaio) per correre a vedere la mostra in corso al Palazzo Ducale di Genova: Russia & URSS, arte, letteratura, teatro, 1905-1940, evento di cui s’è parlato diffusamente sulla stampa. Per chi invece avesse già veduto la mostra, e avesse curiosità di sapere quel ch’io ne penso, ecco alcune tardive considerazioni.

La mostra è splendida e non si possono che tesser le lodi a chi l’ha ideata, organizzata e allestita, a partire dai due curatori, Piero Boragina e Giuseppe Marcenaro. Vieppiù li si deve lodare se si tiene conto del fatto che sul periodo storico preso in oggetto dalla mostra, per il fascino di cui è carico, s’è già detto tutto il possibile e sono state allestite in passato altre manifestazioni, non prive d’interesse e completezza; ne ricordo in particolare una che visitai al Lingotto di Torino tantissimi anni fa, quando ero ancora un ragazzo, e ove, se non ricordo male, fu ricostruito il famoso monumento spiraliforme di Tatlin (ma potrei sbagliarmi e averlo visto in qualche altra mostra sull’arte russa).

Comunque è difficile, su tale stagione della storia dell’Arte del Novecento, costruire un evento che mostri qualcosa di nuovo o d’originale; non che ciò sia necessario, ma è con sollievo che nel percorso di questa mostra non ho trovato un modellino del monumento di Tatlin, né altre opere che ormai sono icone dell’arte russa del primo Novecento. Vi si trovano invece pezzi che, anche in virtù d’un saggio allestimento, evidenziano quelle che furono le profonde tensioni e contraddizioni insite nelle esperienze artistiche che accompagnarono la rivoluzione russa e la successiva vita dell’Unione Sovietica. Tanto che l’intera mostra potrebbe essere presa a paradigma dell’ambiguità da cui è avvolto il concetto stesso d”Avanguardia’ così come s’è sviluppato in Europa a partire dalla fine dell’Ottocento…..

Oggigiorno ogni discussione sulle relazioni tra avanguardia e politica pare sopita e nessun intellettuale oserebbe cimentarvisi con le energie impiegate fino a trent’anni fa. Per uscire dal campo delle arti visive, mi vengono alla mente i saggi pubblicati da Edoardo Sanguineti a metà degli anni ‘60 (alcuni raccolti in ‘Ideologia e linguaggio’, Feltrinelli, 2001), testimoni d’un epoca in cui artisti e poeti ritenevano necessario giustificare le proprie ricerche avanguardistiche in relazione ad istanze prettamente politiche. In questi tempi, a parte la raffinatezza dell’analisi letteraria di Sanguineti, una materia del genere la si potrebbe rinvenire solo sulle pagine di ‘Lotta comunista’ (lettura ch’io comunque non disdegno del tutto).

A mio avviso invece una riflessione in tal senso sarebbe ancora necessaria, benché sia in parte mutato il concetto d”avanguardia e non vi sia più un fronte intellettuale potente, facente capo alla sinistra più ortodossa, cui dover rendere conto. Dico questo perché le categorie d’analisi del materialismo storico, al di là degli schieramenti politici, avrebbero ancora moltissimo da dire sulle produzioni artistiche contemporanee. Le quali, che si voglia o no, sono ancora in larga misura figlie d’una concezione dell’arte che prese forma con i ‘movimenti’ d’inizio Novecento.

Girando per la mostra in questione sembra quasi di veder ridestarsi l’immagine d’una dilacerazione che infiammò gran parte del dibattito culturale europeo del secolo scorso e che, nella Russia rivoluzionaria e poi sovietica, trovò l’espressione più drammatica. L’antica questione fu: è l’avanguardia veramente rivoluzionaria? Ovvero: in quale misura essa si propone di sovvertire l’ordine dei valori correnti? A tali domande Stalin, che non fu uomo incline al dubbio, nel 1932 diede una risposta tanto chiara quanto perentoria e l’accompagnò con i provvedimenti del caso, che si spinsero fino all’uso del gulag.
A parte il gulag, c’è da domandarsi quanto il georgiano fosse in errore, qualora si veda la cosa alla luce delle sue categorie. Né tali categorie sono da riferirsi al mero carattere autocratico e omologante del dittatore, visto che furono largamente diffuse non solo tra moltissimi intellettuali rivoluzionari, ma anche tra i più moderati. E ribadisco: non solo in Russia.

Ricordo che l’avanguardia fu sospetta sotto molti punti di vista: intanto perché appariva come un fenomeno legato alle tipiche categorie romantiche della borghesia, sia nella concezione eroica dell’individualità creatrice sia per il fatto di configurarsi come una ‘fuga dalla realtà’ (un ‘misticismo’ lo definì Trockij). Ancor di più per il rapporto che ebbe col mercato come ultimo referente, in relazione al quale l’opera d’avanguardia mostra d’avere tutte le caratteristiche per essere il prodotto ideale, dato che è mossa da una sorta di ansia per la ‘novità’, alla pari d’ogni vincente prodotto consumistico (i meccanismi della ‘moda’). Infine l’avanguardia, così come s’è configurata storicamente, porta in sé una sorta di germe autodistruttivo. Il che le dà una dimensione tragica, e insieme la caratterizza come una ribellione intrinsecamente votata al fallimento; e perciò non pericolosa. Questi aspetti (e ve ne sarebbero altri legati alla fruizione da parte delle classi sociali, ma non mi dilungo) sono peraltro noti a chi abbia seguito gli sviluppi della critica d’arte, da Lùkacs fino alla scuola di Francoforte.

Alla luce di questo viene il sospetto, e visitando la mostra se ne ha una netta impressione, che lo scontro che ebbero le avanguardie artistiche con i movimenti rivoluzionari come quello sovietico sia derivato da un fraintendimento circa la reale eversività delle avanguardie stesse; e che, all’epoca, esse accompagnarono i primi passi della rivoluzione e furono scambiate per rivoluzionarie benché non lo fossero assolutamente.
Più esatto sarebbe forse dire che le avanguardie non furono eversive nello stesso senso di chi voleva rovesciare interamente l’ordine delle gerarchie politiche e simboliche; e che se tuttavia anch’esse ebbero il carattere d’una rottura dello status quo forse ciò avvenne perché furono fortemente precorritrici di quella modernità che oggi viviamo.

A tutto ciò si potrebbe trovare conferma visitando gli odierni saloni d’arte contemporanea, ove le ultime esperienze ed espressioni artistiche, tutte figlie delle novecentesche avanguardie, paiono trovarsi a proprio agio. Non solo nella forma d’una pacifica convivenza dei vari generi, filoni e movimenti(fatte salve le guerre di mercato), ma anche in quella d’un diffuso apprezzamento, senza più traumi o scandali per nessuno: del resto, chi acquista le opere contemporanee non sono più solo i miliardari eccentrici, né gli intellettuali, né i raffinati snob, ma comunissimi benestanti come quelli che a fine Ottocento acquistavano un ‘motivo’ tipo: ‘fanciulla con parasole’. Allo stesso modo, le riviste di settore si sono trasformate da riviste di nicchia in riviste di massa, e le parabole di visibilità degli artisti assomigliano sempre più a quelle delle star della musica pop.

Se tutto ciò sia un bene o un male resta da decidere: so che in molti ritengono un bene tale stato di cose e a sostegno di ciò appongono motivazioni non disprezzabili; e comunque, il discutere la questione mi porterebbe fuori tema. Accenno solo al fatto che il mondo sta velocemente cambiando e non per colpa dell’11 Settembre, come sostiene Bruno Vespa, ma per il ridestarsi di tensioni sociali e politiche su scala globale, e per via d’una rivoluzione dei mezzi di comunicazione. Il che a mio avviso farà mutare anche lo stato delle cose nel mondo dell’arte, se non immediatamente, in un prossimo futuro.
Comunque, tornando a ragionare sulla attuale configurazione della ‘modernità’, l”avanguardia’ si può dire non esista più, benché nella maggioranza dei casi le opere d’arte portino ancora con sé la ‘maniera’ ereditata dalle precorritrici ed eversive esperienze novecentesche.

Sulla scorta di tali osservazioni, desta quasi tenerezza, percorrendo la mostra, osservare le opere del Realismo Socialista avere la meglio su quelle dei vari Simbolisti, Futuristi, Raggisti, Suprematisti e affini. Sebbene nella Russia degli anni ‘30 le avanguardie finirono per soccombere all’intransigenza di chi in esse vedeva il riproporsi delle categorie antirivoluzionarie, furono loro, infine, a vincere nel quadro della Storia dell’Arte Occidentale. E intorno al bozzetto per il ‘Quadrato nero’ di Malevic ho visto più interesse da parte dei visitatori che non per le opere di Brodskij, benché quest’ultime siano opportunamente valorizzate dall’allestimento della mostra. Dico ciò perché, a dispetto dell’antipatia che può suscitare un pittore di regime (ma egli si giudicava un rivoluzionario: scherzi della storia), va detto che questo artista ebbe un talento e un’esperienza pittorica immensa e che non immeritatamente fu posto a dirigere l’Accademia sovietica.

La grande tela che ritrae ‘Lenin allo Smol’ny’, opera del 1930, ha una composizione tanto sapiente quanto originale e la pittura, a dispetto d’una tecnica certosina, non appare in nessun luogo oleografica né, come si dice in gergo pittorico, ‘leccata’. I passaggi di tono sono perlopiù ottenuti in mescola e vi sono pochissime velature. Si tenga presente inoltre che l’intero soggetto è realizzato in luce diffusa, una delle condizioni che richiede la più grande abilità per un pittore, soprattutto quando debba rappresentare una scenografia estesa come quella dell’opera in questione. Osservo poi che Lenin viene mostrato in un atteggiamento che nulla ha di pomposamente celebrativo: si potrebbe solo rimproverare all’autore di aver ritratto il leader bolscevico come persona eccessivamente e inverosimilmente pacata; questo per chi abbia in opinione i rivoluzionari alla stregua di entità disumane, esaltate e demoniache, come li concepì Dostoevskij, od oggigiorno Coetzee nel ‘Maestro di Pietroburgo’. Se ciò sia vero, e se Brodskij travisò la reale personalità di Lenin per non spaventare il popolo, non m’esprimo, giacché non ho mai conosciuto veri rivoluzionari e perciò non mi sento in grado di fare congetture.

In questa mostra si confermano invece ai miei occhi come bruttissimi i quadri della Goncarova, artista per la quale ho una vera repulsione. A dispetto di questo mio sentimento, tale pittrice fu attivissima, insieme al marito Larionov, sul fronte delle avanguardie europee: prese parte, nel 1912, anche alla seconda mostra del Blaue Reiter. Abbandonò la Russia nel 1914, con Larionov, e immagino che entrambi fecero la scelta giusta, ché non sarebbero passati indenni al vaglio della critica staliniana. Nel qual caso, comunque, oggi non mi sarei rammaricato; e lo dico a titolo d’opinione personale.
Parlando di pittrici, notevoli sono invece le opere di Ol’ga Vladimirovna Rozanova, in particolare il ‘Ritratto di Alvertina’ del 1911: affascina la pennellata nervosa e insieme ’statica’, unitamente alla posa della modella, che pare adagiata sul divano alla maniera d’un burattino. Negli occhi di questo ritratto v’è poi qualcosa di realmente magico.

Non so perché, ma durante la mostra ho finito per fissarmi di fronte a un quadro di Cupjatov, ‘Tintore’ (opera del 1925), forse a causa dell’ipnotico disco rosso campeggiante tra una gamma di toni terrosi che ricordano quelli di Sironi. Comunque, leggo dal catalogo che questo artista fu, alla fine della sua vita, perseguitato anch’egli dalla repressione operata dal regime: “All’inizio della seconda guerra mondiale fu ‘indotto’ a lavorare come scenografo presso il Centro di ricerca ematologica.” Dal tono di chi ha scritto la scheda si può immaginare che questa fosse la più orribile delle condanne; né gli si può dare torto, ch’io, anche fantasticando, non riesco a immaginare di quale genere di scenografie abbia bisogno un Centro ematologico. Ma le assurdità prodotte dalle repressioni ed epurazioni comuniste sono ben note.
Un’altro autore che m’era sconosciuto è Fedor S. Bogorodskij: v’è in esposizione un autoritratto in cui costui si mostra, armato fino ai denti, con in grembo una bottiglia di vodka. L’espressione è quella d’un maniaco criminale. Purtroppo il catalogo non fornisce delucidazioni atte decifrare questa immagine, che però mi ha incuriosito.

In Russia & URSS s’è dedicata poi attenzione alle produzioni degli artisti per il teatro, e si possono ammirare molti bellisssimi disegni e bozzetti. M’hanno colpito in particolare quelli di Anisfel’d. Ve n’è anche uno di Tatlin (realizzato per il dramma ‘Lo zar Maksimilian e il suo figliolo disobbediente Adol’f', nel 1911) che è piuttosto divertente. A proposito di opere ‘divertenti’ v’è in mostra un disegno di Poljakov del 1916, ‘Riunione all’associazione ‘Bivacco dei commedianti”. E’ un vero trastullo soffermarsi su queso schizzo e divertirsi a dar la caccia alle varie figure, facce, espressioni, costumi che componevano il paesaggio umano degli ambienti intellettualoidi nella Mosca pre-rivoluzionaria.

E qui concludo, dato che l’evento è ricchissimo e che, a voler scegliere i pezzi interessanti, si finirebbe con il parlare di tutti. Suggerisco solo, a chi ancora debba visitare la mostra, di osservare con attenzione le opere che compaiono alla fine del percorso espositivo: quelle insieme più kitsch, più celebrative e più mal dipinte, uscite dalle mani di artisti come Apostoli, Riazskij, Vladimirov e Svarog. Dico di osservarle e di riflettere su di esse perché sotto molti aspetti ricordano alcune opere della nuova figurazione (e non mi riferisco alla prima ‘ondata’, che contemplava artisti di qualità come Pignatelli, Guida e altri) che attualmente si vedono in circolazione per le varie mostre-mercato. E, a differenza della Russia di ieri, non vi sono oggi tiranni cui dare la colpa.

5 Risposte a “Russia & URSS al Palazzo Ducale di Genova: alcune riflessioni sull’avanguardia (che oggi non è più tale)”

  1. marco Dice:

    non capisco perchè tu abbia cancellato il mio precedente commento. Segnalavo un articolo, che sicuramente non condivido, ma che poteva essere spunto di discussione anche in relazione a quanto tu dici nella tua recensione della mostra genovese.
    Se poi l’hai cancellato perchè dicevo che il tuo post è noioso e pomposo, lo ribadisco qui. Io li preferirei un po’ più stringati nella forma e nello stile.
    Poi vedi tu se cancellare anche questo commento
    ciao
    Marco

  2. k Dice:

    Caro Marco,
    anche se non sono l’autore di questo blog, questa è la mia opinione sul tuo commento:i post possono essere cancellati in automatico dal sistema antispamming, se contengono o linkano materiale inappropriato. Oppure un autore di un blog può decidere di cancellarli se sono chiaramente off topic. O se sono degli insulti gratuiti. Immagino che un commento che dica semplicemente: il tuo post è noioso e pomposo possa essere paragonato a un insulto bell’e buono, e del tutto gratuito. Voglio dire, se lo trovi noioso mica sei obbligato a leggerlo, internet è ampia, vai su altri lidi. Diverso il discorso se ci fossero delle inesattezze o delle opinioni con cui non sei d’accordo. Ma una frase secca, non argomentata, perentoria di questo genere è davvero inutile oltre che pretestuosa.
    Se poi la frase viene da uno che conosce personalmente l’autore i dubbi sulla pretestuosità di un simile commento aumentano ancora di più…
    Ad ogni modo, un consiglio: lo stile aggressivo e i comportamenti in stile troll non sono più di moda da un pezzo in rete.

    In quanto al post sulla Russia, ho trovato particolarmente interessante il discorso sulle avanguardie.

  3. marco Dice:

    Caro k,
    chè suppongo tu sia uomo, definendoti tu autore e non autrice, nel mio precedente commento nascosto oltre a definere lo stile noioso e pomposo, sottoponevo alla discussione anche un articolo di WM1 pubblicato dall’Espresso, sulla cultura pop, che, per quanto non esattamente attinente al concetto di avanguardia, sicuramente non ritengo fosse poi così off topic. E vieppiù potrebbe interessare a te, visto che proprio il discorso sulle avanguardie menzioni (ma essendo io cattivo e provocatorio, mò manco te lo linko).

    Quanto alle mie osservazioni sullo stile dell’autore di questo blog che ho ripetuto nel mio commento precedente e che tu sembri definire come insulto gratuito o frase secca e non argomentata non so proprio che dirti: io la penso così e quindi mi pare di poter commentare come mi pare, vieppiù che nel commento nascosto oltre la pars destruens aggiungevo anche quella costruens proponendo appunto come elemento di discussione (non sullo stile, ma sul contenuto del post) un articolo di giornale.

    Infine a quanto pare anche tu conosci me, visto che sai che conosco luca… e quindi la ramanzina risparmiamela.

    Quanto al tuo consiglio finale: sarò pure demodè, ma scrivo come so e come voglio, aggressività compresa, visto che io così son fatto. E di esser considerato troll dai possessori del sigillo della netetiquette poco mi importa.

    Da ultimo davvero mi piacerebbe davvero sapere a che serve il tuo commento al mio commento? Aggiunge qualcosa? Propone una riflessione? Luca ha bisogno di un avvocato?

    Visto che siamo in tema di cattiverie ti proporrei la lettura di questo articolo di Bruce Sterling su Wired.

    P.S. Nel caso wordpress abbia eliminato automaticamente il mio commento perchè era presente un link ad un articolo via /noblogs/, perchè ritenuto, quest’ultimo sito ospitante blog, al pari dello spam, inviterei tutti coloro che usano wordpress ad una seria riflessione circa la considerazione di wordprtess su uno dei pochi servizi realmente antagonisti e liberi della rete, se non altro in Italia, quale è NoBlogs e in generale il collettivo di Autistici/Inventati.

    Pomposo e noioso?

  4. luca Dice:

    E’ vero, non ho bisogno d’un avvocato, anche se ringrazio K dell’intervento. Comunque, sebbene controvoglia, mi trovo costretto a rispondere:

    Caro Marco,
    Visto che il non sapersi impadronire dell’etica del Web è segno di persona culturalmente svantaggiata, pensavo d’averti fatto un favore, affinché non restasse testimonianza d’una tua caduta di tono, a cancellare il commento. Siccome però constato che non trovare più quest’ultimo sul mio blog ti getta in uno stato di smarrimento, lo riporto qui pari pari, a edificazione di quanti frequentano questo sito. Affinché ti tranquillizzi, e visto che il commento era brevissimo, lo scrivo pure in maiuscolo, in modo che tu possa tornare a raccapezzarti:

    A PROPOSITO DEL TUO NOIOSO E POMPOSO POST SULLA MOSTRA DELL’ARTE RUSSA, TI SEGNALO QUESTO ARTICOLO…

    Seguiva poi il link a un articolo che solo in maniera marginale aveva a che fare con l’argomento del post. Né appariva altro che tale pregnante riflessione. Con questo la verità storica è ristabilita, e mi auguro che tu possa riprendere a dormire serenamente.

    Detto questo, ti informo, così che tu possa regolarti per il futuro, che commenti d’un tale tenore verranno sempre qui cancellati, senza alcuna remora da parte mia. E non perché vi siano manifestatati critiche o appunti, ma in quanto espressione di sfoghi inarticolati; nei quali non albergano né il ragionamento, né la volontà d’un confronto, né tantomeno l’arguzia.
    Da qualche tempo frequento il web, partecipando attivamente ad alcune comunità virtuali, e il problema dei molestatori (trolls) non m’è sconosciuto. Personalmente suggerisco sempre agli amministratori di cancellare e non dar seguito ai messaggi gratuitamente offensivi, affinché le discussioni non degenerino in materia da servette o da adolescenti repressi. Sebbene io intuisca i meccanismi psicologici che portano alcune persone a utilizzare l’Internet con modalità nevrotiche, non ho però inclinazione né a comprenderli, né a scusarli, né tantomeno a confrontarmi con essi. Spesso interessanti luoghi telematici vengono scioccamente rovinati dalle compulsioni teppistiche di alcuni frequentatori; e in questo parte della colpa è da attribuire a chi gestisce il sito, giacché, lasciandosi intrappolare dall’ossessività del troll, manifesta un’identica volontà di perder tempo e di sprecarsi in diatribe capaci di distillare le più nere fecce dell’imbecillità umana. Questo non sarà il caso di ‘Notti attiche’, almeno finché avrò la forza di premere il pulsante ‘cancella’ sulla mia dashboard.

    Le considerazioni qui svolte sono anche il motivo per il quale, nel caso specifico, non voglio trascendere a commenti che riguardino la sfera personale (visto che ci si conosce), per dare conto della condotta da te qui manifestata; fatto sta che, ne sia tu più o meno cosciente, tale condotta è del tutto riferibile all’inquietante struttura psicologica del troll: dei contributi da te inviati a questo blog, nel primo scrivevi (forse dovrei mettere in maiuscolo pure questo): “col cazzo che leggo tutte le tue verbosità”, e poco più. Ma passi, visto che il contesto era scherzoso. Nel secondo mi consigliavi di ‘troncare’ i post, o qualcosa del genere. Il terzo è quello riportato qui sopra. L’ultimo è forse quello più inqiuetante, giacché è modellato sulle tipiche modalità del rompiballe telematico il quale, dopo essersi prodotto nei suoi infantili exploit, principia poi a piagnucolare e lamentarsi per le ovvie reazioni. E questa è la fase più temibile, giacché altro non genera che una serie infinita di commenti, tutti invariabilente off-topic e tutti ossessivamente e confusamente articolati su tematiche quali: l’etica del web, la libertà d’espressione etc…Con grandissima noia e sfinimento. Né peraltro il troll s’accorge mai (e tu vivi nella stessa dimensione aporetica) che l’indignarsi contro la cancellazione d’un commento, o contro altri provvedimenti analoghi, stona con lo spregio per la netiquette invariabilmente mostrata da chi si produce in simili gesta.
    Per queste ragioni ti avviso che i prossimi tuoi commenti su tali materie, che pure sono interessanti se trattate con discernimento e nella sede idonea, verrano cancellati.

    Concludo dicendo che se in tutto ciò mi sbaglio, e se ti premeva sommamente manifestare la tua noia per il mio stile di scrittura, sarebbe stato garbato (né qui c’entra la netiquette, ma la classe) farmi il commento personalmente, visto che, seppur sporadicamente, capita d’incontrarci. Comunque, al di là delle modalità da te scelte, il dato della tua insofferenza per la prolissità di questo blog si può definire acquisito sia da me che dagli altri lettori di queste pagine. I quali sono certamente pochi, ma da me tenuti in grande considerazione; ragione per cui non mi dorrò se vorrai migrare verso luoghi più conformi alla tua soglia d’attenzione, alla tua cultura e, in generale, alla tua complessione psicologica. Né peraltro saprei darti indicazioni. Sono sicuro che troverai un luogo idoneo ove sfogare anche quella che tu definisci una sorta di ‘tua modalità aggressiva’ nei rapporti verbali. Personalmente ho sempre avuto repulsione per l’aggressività sfogata a mezzo della parola. E non per pacifismo ma perché ritengo il linguaggio un dono del Signore, da usarsi, fatti salvi i diversi talenti e capacità d’eloquio, avendo come fine ultimo la comprensione e l’intelligenza (che poi sono la stessa cosa). Diversamente ritengo le mani atte, insieme che ad altri usi, all’espressione degli istinti aggressivi e, nel caso dovesse perdurare in te questa deprecabile disposizione nei miei riguardi, sai benissimo come, quando e ove trovarmi.

    Un saluto

  5. Gianfranco Dice:

    Prima di leggere questo carteggio infuocato non ci avevo mai riflettuto: questa storia dei commenti ai post sembra il sogno del prof Herzog di Bellow…

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