I modelli di Narciso

È un po’ che la mostra è stata allestita ma, per pigrizia, l’ho visitata solo l’altro ieri. Parlo de ‘I modelli di Narciso’, a cura di A. Natali, M. F. Giubilei e G. Giusti, in corso alla GAM di Genova Nervi, fino all’11/2/2007.

Agli amici che ancora non l’hanno fatto consiglio di visitare questa mostra. Anche perché l’evento fornisce il pretesto per riammirare la collezione permanente della GAM genovese; cosa che fa sempre bene allo spirito. Io, ogni volta che mi trovo a gironzolare per questo museo, resto divertito dalla sua ‘arruffata’ collezione. ‘Arruffata’, ben inteso, non per colpa dei curatori del museo o dei donatori, ma a causa del confuso e travagliato periodo della storia dell’arte che tale collezione rispecchia. Vi si trovano comunque autentiche perle, come alcuni bozzetti di Barabino, curiose opere del periodo futurista, nonché splendide esecuzioni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Una di queste, il ritratto di E. Mackenzie, opera del 1902 di Luigi De Servi, è un autentico capolavoro e ogni volta che lo rivedo ne rimango colpito. Da pittore dico che ne son quasi indispettito: una pittura magra (credo a sola essenza), veloce, immediata, eseguita in una difficilissima condizione di luce diffusa. Il tutto su un impianto di disegno perfetto e giostrato da una potente quanto misurata inquadratura. Ai Genovesi che, come me, corsero a visitare la mostra di Freud a Venezia un paio d’anni fa, consiglio di rivedere quest’opera: a prima vista il parallelo può risultare forzato, ma, se si faccia mente alle più grandi (per dimensioni) esecuzioni ritrattistiche di Freud, non si può fare a meno di notare qualche analogia, insieme all’estrema modernità del De Servi. Almeno, per quanto riguarda questo quadro.

Tornando alla mostra in corso su ‘I modelli di Narciso’, non darò agli amici delucidazioni circa la provenienza di questa collezione e il criterio di scelta delle opere, visto che tali informazioni sono facilmente reperibili nel web. Si trovano peraltro nel catalogo (che consiglio di acquistare) ottimamente introdotto da Antonio Natali e corredato di valide schede per le singole opere.
Dei pezzi in mostra alcuni sono notevoli, alcuni semplicemente rappresentativi d’una stagione artistica, altri sconcertanti. Per questi vale il discorso fatto circa la collezione in permanenza alla GAM, giacché l’apparente disomogeneità delle opere non è da imputarsi al Rezzonico, che le ha collezionate, né a chi ha operato una scelta tra queste: colpevoli, anche in questo caso, sono i tempi che le hanno generate. Ogni opera testimonia una diversa ’scuola’ o una diversa ‘fase’ nella storia della pittura del ‘900, in una oscillazione continua tra avanguardia e ‘richiamo all’ordine’, scontro con la tradizione e ricerca delle radici. Nè manca l’elemento ludico (raffinatamente concettuale, nel caso di Fontana), o dell’alienazione (come nel caso di Ligabue)…..

Non dico nulla sull’impressione complessiva che suscita questa mostra, per due ragioni: la prima è che ciò comporterebbe esprimere un giudizio su un periodo storico che, per la varietà e le contraddizioni, sembra sfuggire ai giudizi. La seconda è che in questa mostra ogni singolo percorso artistico è filtrato, al di là del contesto storico, dalla personalissima e misteriosa dimensione dell’autoritratto. Il che complica ulteriormente le cose, sebbene sia il fascino di questa raccolta.
Questi sono però i pezzi che, nel bene o nel male, più mi hanno colpito:

La litografia di Kathe Kollwitz, ‘Autoritratto con profilo di destra’ (1938): ho un amore particolare per questa artista: la grafica in questione è esemplare (come ogni disegno della Kollwitz) per forza e controllo del segno. In mostra sta vicino a una grafica di Kokoschka, che m’è parsa un po’ di maniera, a motivo del gesto troppo compiaciutamente nervoso. Essendo le due opere affiancate, tale contrasto non è privo d’interesse.

Il piccolo ‘Autoritratto a mezzo busto’ di Giorgio De Chirico (1938): è uno dei ritratti dell’artista in veste secentesca. Bisogna dare atto a De Chirico che aveva ragione a lamentarsi, quand’era in vita, del decadimento della pittura e a definirsi uno dei pochi artisti tecnicamente consapevoli: la materia pittorica di questo piccolo ritratto è magnificente, e si distingue nettamente da quella delle opere che lo circondano. Ricorda la materia di Rubens: in particolare per quanto riguarda i tocchi di biacca, che risultano vivaci, liquidi, cristallini ma, insieme, ’sodi’.
In questo blog ho parlato più d’una volta dei ‘medium’: questo ritrattino fornisce l’esempio di un ‘medium’ eccezionale. Credo vi sia usato proprio il famigerato litargirio (v’è qui un post al riguardo). A questo punto, per fare del tutto giustizia a De Chirico, va osservata una cosa: in quest’opera non v’è una sola crepa. A testimoniare che questo pittore non pasticciava, ma che aveva idee ben chiare circa gl’intrugli che metteva in opera.
Il quadro, nonostante sia frutto d’un caparbio studio degli antichi, è tra l’altro modernissimo; al proposito molto accorte sono le considerazioni di Grazia Badino (credo sia lei) nella scheda a commento dell’opera, laddove parla della singolare evoluzione ch’ebbe questo maestro. Mi chiedo se qualcuno non abbia mai paragonato tale evoluzione a quella che, in campo poetico, ebbe Ungaretti, giacché io vi vedo alcune analogie: tranne il fatto che Ungaretti non fu mai perseguitato dalla critica.

La piccola carta di Cesare Zavattini, ‘Autoritratto con un occhio nero’ (1963): causa dell’occhio nero non fu, evidentemente, questa carta, visto che l’artista era già contuso quando mise mano all’opera. Comunque: altro non vi si vede che l’occhio nero.
Di Zavattini ho parlato nel post che precede questo, e per tale ragione lo cito. Confesso la mia ignoranza dicendo che non sapevo neppure fosse pittore così quotato: invece è anche agli Uffizi.

Il piccolo ‘Autoritratto’ di Manzù (1943), eseguito a sanguigna: Manzù fu uno dei più grandi disegnatori italiani del secolo scorso. I suoi disegni furono sempre freschi, equilibrati, puliti e mai accademici. Come questa piccola sanguigna, che sembra uscire da ogni classificazione novecentesca e vivere in una dimensione di a-temporalità.

L”Autoritratto’ di Ligabue (1955): non so se sia una di quelle eseguite con l’orina (vedi post precedente a questo), ma va detto che quest’opera non sembra per nulla naif, anzi, si integra benissimo con le altre. Rispetto all’autoritratto di Rosai, quello di Ligabue pare riflettere un uomo perfino più equilibrato, consapevole o, quantomeno, posato. Tutto questo, se ce ne fosse bisogno, dice qualcosa circa il controverso rapporto con la tradizione che ebbero le avanguardie pittoriche del Novecento. Forse De Chirico avrebbe fatto dell’ironia al riguardo (sia sull’orina che sulla presenza d’un naif tra gli autori in mostra): io me ne astengo, visto che Ligabue m’è sempre piaciuto.

Le due opere di J. Beuys (‘Autoritratto con cappello’, 1970) e di M. Pistoletto (‘Profilo’, 1964): chiudono il percorso della mostra e paiono quasi alleviare le fatiche compiute per seguire i percorsi della pittura, smarrita nei novecenteschi labirinti. Sono entrambi pezzi che, nonostante abbiano ormai più di trent’anni, sono ancora freschissimi testimoni d’una stagione in cui gli artisti, liberi dai ceppi della pittura e dalla trappola solipsistica legata a quest’arte, più che a se stessi si volgevano al mondo: nel caso di Beuys tentando anche di cambiarlo.
Non è un caso che entrambi i pezzi in questione non portino con sé l’aura dell’autoritratto: la qual cosa nell’opera di Pistoletto è particolarmente manifesta, per ovvie ragioni.

Chiudo questo post dicendo che in mostra v’è anche un piccolo autoritratto di Santagata (m’ero segnato l’anno, insieme agli altri dati: ma ho perso l’appunto): lo si incontra comunque nel percorso dell’esposizione e, in realtà, appartiene alla collezione permanente della GAM. A chi debba ancora vedere la mostra suggerisco, quando sarà lì e s’imbatterà in quest’opera, di soffermarvisi attentamente, giacché io l’ho trovata strepitosa.

3 Risposte a “I modelli di Narciso”

  1. raffaele Dice:

    caro ottonelli,
    due considerazioni.
    la prima è che diderot, recensore dei salon, ti faceva un baffo; sei (anche) un ottimo e arguto recensore.
    la seconda è che noto con piacere che hai preso ad imitarmi e ora anche tu alle mostre vai con taccuino e prendi appunti!
    raffaele

  2. luca Dice:

    Caro Mastro, non posso nascondere che tu per me sia un modello e che la mia evoluzione dallo stato di bruto sia stata guidata dall’imitazione della tua figura. A partire dalla pratica compulsiva di comprare il giornale ogni mattina (cosa che faccio da alcuni anni, e per cui in passato ti ho spietatamente irriso), fino ad arrivare a possedere un cane; il quale, a completamento del percorso, devo ora trovare il modo di sbolognare a qualcuno.
    Per quanto riguarda il taccuino di appunti, devo confessare che la mia imitazione è al momento solo parziale, visto che uso quello di Carola o, in alternativa, gli scontrini dei negozii; che poi solitamente smarrisco. Tale atteggiamento, peraltro, mi consentirà di continuare a irriderti ogni qual volta ti vedrò, in giro per un museo, dotato di penna e taccuino. Per la qual cosa spero che porterai la consueta pazienza.

    Un salutone, e grazie per il ‘Diderot’.

  3. raffaele Dice:

    Ciao Luca,

    scusa se irrompo sul tuo blog con una richiesta che nulla c’entra con il post in questione, ma ho l’irresistibile impulso di chiederti cosa ne pensi di questa notizia del Corriere..

    Parla di uno studioso che sostiene che Omero era una donna. Dai, non deludermi, fammi sapere che ne pensi. anzi, facciamo così, ora metto un post sul mio blog e se vuoi commenti lì.

    raffo

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