La buffa (o tragica) storia del piombo

Da tempo è stato assodato che il piombo è sostanza perniciosissima per la salute umana. Ai più dotti, dopo che gli storici lo hanno spiegato, è noto perfino come l’uso smodato del piombo da parte degli antichi Romani sia stato la causa principale della caduta del loro impero, dato che questo metallo provoca demenza, sterilità, e orribili malformazioni alla nascita. Vegezio piuttosto che preoccuparsi dello stato di salute dell’esercito romano avrebbe fatto meglio a volgere la propria attenzione sui pericoli del piombo; ma forse egli stesso ne era già vittima. Fortunatamente oggigiorno (direbbe Piero Angela) le attuali normative europee ci proteggono da questo metallo limitandone la produzione e la diffusione; nonché scoraggiandone l’uso. Su ogni prodotto contenente piombo in dosi massiccie appare non solo la croce nera della tossicità ma addirittura la morte cicca, ad avvertirci che si sta maneggiando una sostanza letale.

Dico queste cose perché quella del piombo rappresenta ai miei occhi una delle vicende più curiose, buffe e insieme paradossali nella storia della pittura. Per chi non fosse del mestiere, o per chi non si interessa particolarmente degli aspetti tecnici, occorre però fare una premessa: dico, senza timore d’esagerare, che questo pesante metallo è stato l’elemento portante della pittura antica e che ha seguitato ad esserlo per quella moderna e contemporanea fino a un decennio fa; lo fu soprattutto sotto forma di ‘bianco di piombo’, che è un carbonato di piombo, ma anche sotto forma di ‘litargirio’, ‘giallo di Napoli, minio, che sono tutti derivati del piombo.
Trascurando questi ultimi, di cui si può anche fare a meno, il ‘bianco di piombo’ è stato nella storia della pittura un elemento esiziale e imprescindibile nonché, insieme alle terre, il colore più antico. Non è un eccesso il dire che il bianco di piombo, a dipingere, serviva come la farina a fare il pane…..

Egizi, Greci e Romani ne facevano larghissimo uso, e spesso era l’unico bianco che questi avevano a disposizione. Le famose ‘biacche’ o ‘cerusse’ della pittura toscana, veneta e fiamminga altro non sono che bianco di piombo. Se fosse stato tolto dalla tavolozza il bianco di piombo a Tiziano, Reembrandt, Rubens o Velàzquez, questi artisti non avrebbero saputo realizzare uno solo dei loro capolavori. Mi spingo più in là dicendo che non avrebbero saputo neanche realizzare molti dei loro disegni, dato che questi presentano spesso ‘rialzi’ di biacca o cerussa che dir si voglia.

Quando dico che senza bianco di piombo i pittori antichi non avrebbero saputo come muoversi, non intendo che non avessero altri bianchi (come quello di zinco). Il fatto è che solo il bianco di piombo aveva, ed ha tuttora, alcune specialissime e insostituibili caratteristiche che resero possibili gli antichi capolavori. Per citare alcune di queste proprietà: una lucentezza straordinaria, una ‘coprenza’ perfetta, un ‘corpo’ consistente; in più, una siccatività franca e un’untuosità e duttilità sotto il pennello del tutto particolari. Senza quest’ultime qualità non sarebbe pensabile realizzare uno solo di quei potentissimi e vibranti ‘frottages’ tipici di Tiziano o di Reembrandt. Né, senza la solidità e siccatività del bianco di piombo, Raffaello avrebbe potuto realizzare gli impasti su cui sovrapporre le sue tanto decantate velature.
Occorre anche aggiungere che la robustezza degli impasti ottenuti col bianco di piombo è ciò che ha permesso agli antichi capolavori di giungere fino a noi nelle floride condizioni in cui li troviamo, giacché la biacca era presente in ogni mescola e praticamente veniva usata per l’intera realizzazione d’un quadro, apportando ovunque i suoi beneficii.

Qualcuno immaginerà che gli antichi prendessero speciali precauzioni nel maneggiare le grandi quantità di piombo che venivano adoperate. Dico già che questo non solo non è documentato, ma che è impossibile a meno che nelle botteghe, in segreto, gli antichi pittori usassero delle maschere a gas. Infatti il piombo non veniva solo maneggiato, ma respirato. I colori giungevano infatti ai pittori non in tubo, come oggigiorno, ma sotto forma di vasi o pacchi contenenti polveri sottilissime (i pigmenti), se non addirittura sotto forma di pani da sbriciolare. Queste polveri venivano poi dal pittore e dai suoi aiutanti macinati con olio, o con rosso d’uovo o colla nel caso della tempera. Per chi non abbia mai compiuto una simile operazione è difficile immaginare la quantità di finissimo e velenosissimo pulviscolo che si sparge o si solleva nell’aria pronto per essere inalato dalle narici (e anticipo già che questa è la ragione per cui, oggigiorno, si sta vietando la vendita di bianco di piombo sotto forma di polvere).

In molti casi il pittore macinava i pigmenti col legante durante la stessa lavorazione del quadro; far la qual cosa, per molte scuole pittoriche, era addirittura un vanto (ne spiegherò i motivi in altro post). È per quest’ultima ragione che spesso Reembrandt nei suoi autoritratti si ritrae al cavalletto con a fianco un mortaio per macinare i colori; il quale, presumibilmente era perlopiù colmo di polvere finissima di carbonato di piombo visto che il bianco, nella preparazione degli impasti per l’esecuzione d’un quadro, sta agli altri colori nel rapporto di dieci a uno. Evidentemente Reembrandt non sospettava di sguazzare in un mortale veleno.

Giusto per farsi due risate, bisogna soffermarsi poi sull’imprimitura delle tele, ovvero su quella fase che precedeva il disegno e la pittura vera e propria: per realizzare questo primo strato di tinta uniforme su una tela grezza, anticamente i pittori utilizzavano mestiche in cui in larga misura veniva usato…s’indovini cosa? Il bianco di piombo. Manco a farlo apposta, solo ed esclusivamente il bianco di piombo permette imprimiture perfette sotto tutti i punti di vista come quelle degli antichi.
Per l’imprimitura d’una tela come ‘Il convito in casa Levi’ del Veronese credo non occorrano meno di quattro, cinque se non sei chili di velenosissima biacca (in polvere). La quale doveva essere tutta macinata in olio, colla e gesso. E respirata. Sorvolando poi sul fatto che questo composto subiva una cottura e che se ne aspiravano quindi i vapori, in guisa d’un aerosol. Spessissimo, e per tutte le esecuzioni più fini, l’imprimitura una volta secca veniva levigata per mezzo della pomice, come il Cennini suggeriva di fare, e non ci vuole molta fantasia a figurarsi le quantità di polvere di piombo che si spargevano per i laboratori degli artisti: basta avere una volta carteggiato l’intonaco d’un muro per farsene un’idea.

Si immaginino le quantità di piombo assimilate nel corso della vita da un pittore, il quale entrava a bottega come apprendista all’età di tredici anni avendo come principale mansione la macinatura più grossa dei colori, e che dopo una decina d’anni proseguiva in proprio nella carriera perseverando a macinare, mescolare e levigare composti a base di piombo. Quando dico ‘maneggiare’, si tenga presente un’altra cosa: le lumeggiature bianche eseguite sui disegni antichi, con altro non erano fatte se non con pastelli a base di piombosissima polvere di biacca unita a gomme e acqua: questi venivano formati con le mani nude a mo’ dei grissini e poi fatti seccare, per essere in seguito quotidianamente adoperati. Ovviamente certe sfumature venivano ottenute sfregando sulla carta la polvere con le dita.

A tutto ciò si aggiunga, e già l’ho accennato, che oltre alla biacca nell’uso corrente dei pittori v’erano mille altri derivati del piombo, primi fra tutti il ‘giallo di Napoli’ e il seccativo al litargirio: la preparazione e cottura di quest’ultimo, se fosse stata vista da un odierno medico, gli avrebbe fatto pronosticare non più di mezz’ora di vita per il disgraziato pittore o aiutante che se ne doveva occupare. Ma non sto a dilungarmi, ché annoio; dico solo che è cosa bizzarra e meravigliosa constatare come gli antichi pittori, a dispetto di tutto questo piombo, fossero, salvo eccezioni, sanissimi e longevi. E che ebbero ancor più spesso una prole altrettanto sana, la quale non di rado proseguiva nel mestiere del padre.

Forse le grandi famiglie di pittori, come i Lippi o i Carracci, avendo linee di sangue interamente contaminato dal piombo, portavano le stigmati della demenza, della deformità e della degenerazione e avevano l’aspetto dei montanari di ‘Un tranquillo week-end di paura’. Forse non lo sappiamo. I ritratti degli antichi pittori danno però, generalmente, indicazioni diverse: perlopiù mostrano uomini dall’aspetto dignitosissimo e dallo sguardo intelligente e vigile. Salvo eccezioni (come il povero Guercino, ch’era strabico) si potrebbe quasi dedurne che il piombo facesse bene al corpo e allo spirito.

Oggigiorno l’antichissima e gloriosa biacca, o cerussa, o bianco di piombo (la si chiami come si pare) è sparita dagli scaffali dei venditori di materiali per belle arti. Dico ‘oggigiorno’ perché fino a non più di dieci o quindici anni fa questo era ancora il bianco più diffuso tra gli artisti. Quando da ragazzino iniziai a dipingere, il bianco di piombo era l’unico bianco che conoscevo. Io e Ottavio Spagnoli che oggi è un bravissimo e affermato incisore e pittore,
e in compagnia del quale mossi i primi tentativi di pittura, usavamo anche comprarlo in polvere per ottenere le imprimiture tradizionali; con alterni risultati. Come gli antichi maestri, al di là dei risultati, lo maneggiavamo quotidianamente e senza particolari precauzioni (salvo quella di non versarlo sui tappeti di mia madre).

A decretare la fine del bianco di piombo sono state le ferree normative europee sulla salubrità dei prodotti. Venderne la polvere al grosso pubblico verrà presto vietato. Sotto forma d’impasto, che è concesso, il bianco di piombo è prodotto da ormai due o tre fabbricanti, in piccolissime quantità e confezionato in barattolini che recano scritte minacciosissime e simboli raccapriccianti. Vi si parla, tra l’altro, di misteriosi ‘effetti irreversibili sull’organismo’. Uno di questi fabbricanti ha già annunziato che ne cesserà la produzione e lo distribuirà fino allo smaltimento delle (poche) scorte. Immagino con gran sollievo dei magazzinieri, che finalmente si sbarazzeranno di quella minacciosa tossina.

Poiché più nessuno lo vuole, poiché se ne produce pochissimo e poiché, a produrlo seguendo gli standard di sicurezza imposti, il prezzo se ne è fatto esorbitante, ormai nessun negoziante o distributore vuole avere a che fare col bianco di piombo. Il risultato, per fare un esempio, è che io tempo fa ho dovuto attendere un mese, dopo avere effettuato un ordine, per entrare in possesso di due barattolini da 40 gr. di biacca. Che oggi conservo come reliquie, su un damasco rosso e in uno speciale spazio a loro riservato nel mio studio. Si parla d’un prodotto che, fino a dieci anni fa, un venditore di materiale per belle arti si vergognava di non avere in negozio: come il gestore d’un ferramenta che non tenesse martelli o cacciaviti.

Il lato comico o grottesco di questa vicenda è che questa rivoluzione è avvenuta e si è consumata nell’arco di pochissimi anni. Per chi non avesse ancora chiara la portata dell’avvenimento o che pensasse ch’io sopravvaluto il peso della biacca (pesa, pesa: è piombo) nella storia della pittura, dico che è come se da un giorno all’altro venisse dichiarato mortale l’ottone e nel giro di pochi anni sparisse da tutte le orchestre.
Qualcuno si chiederà come i pittori abbiano incassato questo colpo: tralasciando gli hobbisti (e ce ne sono molti anche tra i cosidetti professionisti) che non se ne sono accorti, i più si sono adattati all’uso di quello che è il succedaneo o surrogato della biacca trovato dalla chimica moderna: che è il ‘bianco di titanio’ (diossido di titanio).

Va detto che il titanio è sicurissimo per la salute umana. Se così non fosse mi preoccuperei molto, visto che i medici lo hanno usato per ricostruirmi l’articolazione d’una gamba e che quindi me lo porto addosso notte e giorno. Spero che un giorno questo comune e benevolo sentimento verso il titanio non muti, o io stesso sarei dichiarato nocivo e pericoloso; visto l’atteggiamento draconiano con cui oggigiorno vengono combattuti i metalli pericolosi, non mi stupirei se si arrivasse a strapparmi via la protesi di dosso. Per ora, comunque, le acque sono calme e i pittori, unitamente a quelli che hanno le ossa rabberciate, possono stare tranquilli.
Va detto detto altresì, a parte i problemi legati alla salute, che per dipingere il ‘bianco di titanio’ ha caratteristiche non esattamente ottimali. Per riassumerle in un giudizio, senza trovare eufemismi, si può dire che ‘è una merda’; e che neppure lontanamente si avvicina alla biacca. Nello specifico: è opacissimo, non asciuga mai e ha una tinta odiosa.

Se mai ci fosse stato bisogno d’un proclama definitivo a sancire la morte della pittura (già da cinquant’anni fino ad ora ricorrentemente annunziata) e a dichiarare esplicitamente come questa pratica non abbia più un luogo nella civiltà contemporanea, la scomparsa del bianco di piombo, che della pittura era l’anima, è l’evento simbolico perfetto. Soprattutto quando si consideri che questo evento ha assunto la forma d’un decreto di legge che pare dire: ‘la pittura non solo è ormai cosa inutile, ma dannosa. E va vietata’. Un po’ quello che accadrà per i tori di Pamplona.
Va da sé che coloro che ancora si ostinano, praticandola, a mantenere in vita quest’arte sono ciechi di fronte ai più eclatanti segnali della storia e, in generale, sono come si suol dire ‘fuori dai tempi’: chi per ottusità, chi per nostalgia. Alcuni perché sono lucidi ma folli. Fatto sta che continuano a dipingere.

A tutti questi segnalo una ditta di nicchia che in barba alle leggi, o perché gode di speciale licenza, produce ancora biacca, oltreché chicche introvabili come la vera ‘lacca di garanza’, il vero ‘giallo di Napoli’ e il veramente mortale (e lo sapevano pure gli antichi) ‘orpimento’. Si tratta d’un’azienda tedesca, la ‘Kremer pigmente’, che è anche un punto di riferimento per i migliori falsari d’opere d’arte. La cosa apparirà stridente, ma ha perfino un sito col modulo per gli ordini. Spedisce in tutta Europa.

Aggiornamento del 6 Aprile 2007: tra i commenti a questo post sono rintracciabili ulteriori indicazioni circa l’approvigionamento del b. di piombo. Segnalo in particolare quella d’un tal Bruno (che ringrazio), il quale informa che l’impeccabile Zecchi di Firenze commercializza questo pigmento in tubi da 200 e in ben due differenti versioni.

Aggiornamento del 24 Aprile 2007: segnalo questo studio piuttosto recente ove vengono presi in esame casi di pittori intossicati dal piombo: si tratta di Goya, Fortuny, Van Gogh e Portinari. Squadra curiosa peraltro: solo un articolo di medicina poteva metterla insieme.

13 Risposte a “La buffa (o tragica) storia del piombo”

  1. alessandro Dice:

    vorrei sapere qualcosa in piu’ circa la rarita’ di questo mitico piombo,e cioè:
    anni fa ,non tanti ,solo un paio,o poco piu’,
    quando prima di abbandonare provvisoriamente, la pratica pittorica ,per pervenire in fretta alla laurea,(ma questi sono c…tuoi, direte!),ero piuttosto avvezzo all’uso del bianco di piombo proprio per farne l’uso di cui sopra si diceva ,in maggior dettaglio:-a)
    nell’imprimitura,in polvere, unito all’olio(meglio di lino cotto) e a gesso e colla;
    -b),per realizzare le “basi “:perlopiu’ campiture chiare ,a volte di puro bianco,destinate a ospitare nelle esecuzioni posteriori velature;-c),oppure nei tocchi di luce materica ,…
    Ora dico ,che al tempo usavo ,per la polvere,quella fornita da Maimeri nei vasetti in vetro, molto belli ,col tappo in sughero ,mentre il colore ad olio in tubo lo trovavo(a lecce)da una ditta olandese,”old holland”mi pare si chiamasse.A proposito, il tubo pesava veramente!
    Di recente ,ho ripreso a dipingere,e guarda caso ,entrando in un ferramenta,sono stato attirato dalla vista dapprima ,di un minuscolo angolo pittura ,quattro pennelli,qualche barattolo di colori per decupage,e poco altro ,ma ancora piu’ sorpreso di notare come appena sotto i Ferrario a olio (nessun commento)ci fosse uno scaffale di polveri ,sempre di questa ditta ,piccolo fomato:ebbene ,non volete che tra tanti pigmenti inutili vi scorgo quello col bianco di piombo?
    Senza dilungarmi molto,vi chiedo, ma allora pur essendo in via di estinzione ,questo colore si trova ?oppure quello che io ho utilizzato non era bianco ,e soprattutto non era piombo?

  2. luca Dice:

    Beh, Alessandro, la questione è un po’ confusa e neppure io l’ho ben chiara. Prima di scrivere questo questo post avevo fatto un giro per il web, cercando notizie precise sulle normative comunitarie riguardo piombo, cadmio, mercurio etc…e mi sono accorto che la materia è piuttosto complessa, anche perché al riguardo si sta ancora legiferando. Il fatto è che alcuni metalli pesanti sono (a torto o a ragione) ritenuti velenosi e perciò ne viene regolamentata la produzione e la diffusione.
    Va da sé che tali normative non sono concepite prendendo di mira la circoscritta pratica pittorica: quest’ultima è colpita di riflesso. Molti metalli ‘nocivi’ sono usati nell’industria elettronica o in quella chimica (ad es. il PVC) o per la fabbiricazione di smalti industriali. Le nuove direttive e normative sono talmente strette che per le aziende risulta costosissimo il trattare questi metalli rispettando tutti gli standard di sicurezzza. E questo fatto ha condizionato anche l’industria dei pigmenti per belle arti, tanto che, ad esempio, molti noti fabbricanti di colori ad olio hanno cessato la produzione di bianco di piombo (o l’impiego del nostro beneamato litargirio). Anche in vista di normative che saranno sempre più vincolanti: credo che in alcuni paesi europei sia già stata vietata la vendita al grosso pubblico di alcune di queste sostanze incriminate.
    Detto questo (lo so, il discorso è confuso, ma è una materia complessa e in evoluzione…), riassumo quella che ho riscontrato essere la situazione in Italia:

    1) Poiché la maggioranza degli storici fabbricanti esteri di colori per artisti hanno cessato la produzione di bianco di piombo, questo prodotto (per tali marche) non si riesce più a reperire, benché i negozianti e alcuni distributori lo abbiano ancora sui vecchi cataloghi. Spesso, in qualche magazzino, se ne trova qualche vecchio tubo o barattolo: sono giacenze. Che finiranno per sparire.

    2) Alcuni fabbricanti lo continuano a produrre ma in quantità contingentata. Quindi ve n’è una scarsa disponibiltà: la Lefranc ad es. lo produce ancora (non so per quanto) in piccoli barattolini, che non si trovano mai. Bisogna chiedere al negoziante o al distributore d’ordinarli e sperare. Ricordo che un tempo questa ditta ne produceva tuboni enormi e grosse latte. Peraltro era di qualità eccezionale: sodo, pastoso e lucentissimo. Quello di ora l’ho trovato sempre fradicio d’olio (ma sarò io che ormai sono fissato).

    3) Alcune ditte italiane, come la Di Volo, un tempo confezionava il b. di p., ed era ottimo (serie Goya): oggi mi risulta che non lo produca più. Della Ferrario non so nulla, ma potrebbero, nel tuo caso, trattarsi anche di giacenze. Maimeri produce un Bianco d’Argento in cui dichiara esservi del carbonato basico di piombo mischiato a bianco di zinco. Non so quali siano le percentali, ma a me, a occhio sembra via sia più bianco di zinco che altro. E non lo consiglierei per dipingere delle ‘basi’.

    4) Attenzione: leggere attentamente le etichette dei prodotti! Spesso, sostanze ritenute velenose sono state sostituite da surrogati, come è il caso del Giallo di Napoli, che è un derivato di piombo e antimonio. Oggigiorno noterai che tutte le grandi marche hanno in catalogo ancora il Giallo di Napoli, che però è ottenuto a partire da altri componenti (ad es. Bianco di zinco + un pigmento giallo+ ocra). Ovvero: lo chiamano Giallo di Napoli, ma non lo è. Se guardi la composizione chimica scritta in piccolo sull’etichetta (cosa da fare sempre) saprai cosa stai realmente maneggiando. Stessa cosa per il Bianco d’Argento (sinonimo un tempo di b.di p. o ‘biacca’): molti fabbricanti oggi chiamano Bianco d’Argento un composto di bianco di titanio e di zinco… Idem per i siccativi (i vari Courtrai, Harlem-Duroziez etc…) o per la ‘lacca di garanza’ (che è per lo più oggigiorno un quinacridone, e non robbia). Quest’ultima non è però stata sostituita per problemi di tossicità.

    Tornando al tuo bianco Ferrario: se sull’etichetta v’è scritto che è ‘carbonato basico di piombo’ e nient’altro (dico: nient’altro!) hai trovato del bianco di piombo. Se è così, e se sul barattolo non appaiono croci, teschi, warning e scritte minacciose (oggigiorno obbligatorii), significa che si tratta d’un vecchio prodotto, magari d’una giacenza…Se non v’è scritto altro che ‘bianco di piombo’, probabilmente è gesso…

    Un salutone

    Ah, dimenticavo: si parlava di leganti e ‘medium’: a parer mio (e dunque prendi la cosa dandole il peso d’un’opinione), se in pittura non s’usa il bianco di piombo, in specie per le ‘basi’, vano è qualsiasi tentativo d’avvicinarsi alla materia degli ‘antichi’; a dispetto d’ogni perfettissimo medium o del più mirabolante dei leganti.

    Ti risaluto e vado a dormire, ché anch’io son nottambulo, ma ho pur dei limiti.

  3. Iom Dice:

    Peccato! Comunque, penso che Winsor & Newton ancora fanno il “bianco Kremnitz” a base di piombo.
    Saluti.

  4. Luigi Dice:

    finalmente qualcuno che anche lui trova brutto – e tale lo è in definitiva e per sempre – il bianco di titanio! Dalle mie parti, la Svizzera, persino il bianco di zinco viene considerato non come velenoso ma come irritante (e dunque sarebbe un prodotto da evitare … ma cosa dovremmo applicare ai sederi arrossati dei piccirilli la storia non lo dice…). Dietro ci stanno – così dicono almeno le malelingue come la mia – le grandi industrie di titanio americane. Personalmente dipingo solo con biacca e zinco, l’ultimo per il suo riflettere delle onde ultraviolette.
    Non è a portata di tutti produrre in casa i pigmenti anorganici che l’industria (petro-)chimica ci sta togliendo; produrre della biacca sembra essere relativamente facile e le ricette le si trovano nel libro della Finlay, Storia dei colori; per altri colori si rinvia a siti nel WEB.
    Prima però di arrivare a questo punto – e allora, ragazzi, dovremmo organizzarci e aiutarci a vicenda – conviene comprare ciò che è ancora possibile. E in questo senso vorrei segnalare che la Ferraro sembra ancora vendere sotto forma di pigmenti del giallo di zinco (cromato di zinco) e dei gialli e rossi di cromo (cromati di piombo), colori che a mio sapere la CE ha condannato a morte (così come anche il purtroppo estinto blu manganese, indispensabile per rendere il tono di metalli). Il bianco d’argento (= biacca) della Ferraro (come anche della Sax) invece è solo venduto già confezionato in colori ad olio.
    Grazie a Luca per il suo bellissimo elogio della biacco!!!!

  5. luca Dice:

    Ringrazio Iom e Luigi per i puntualissimi commenti lasciati e do loro il benvenuto su questo blog. Conforta sapere che tra i pittori v’è ancora chi pratica l’arte con un po’ di discernimento. Dico a Luigi, inoltre, che condivido i suoi sospetti circa le industrie americane del titanio e sul loro ruolo in tutta la vicenda del piombo. Né credo siamo paranoici.
    Comunque, ogni informazione, suggerimento o delucidazione sull’argomento piombo è ovviamente graditissima…

    Un salutone

  6. T Dice:

    Purtroppo non capisco una cippa di tecnica pittorica, ma la lettura di questo post mi ha incantato come non mi succedeva da tempo sul web.
    Complimenti e grazie per lo splendido ‘reportage’

  7. luca Dice:

    Grazie a te per la visita (e per i complimenti). W il piombo, che unisce pittori e non pittori!

    Un salutone

  8. Bruno Dice:

    Il Bianco di piombo si trova in tubi anche da 200 ml sia della marca olandese Hold Holland che della marca inglese Michael Harding. Per acquistarli potete rivolgervi alla Ditta Zecchi di Firenze http://www.zecchi.it

  9. luca Dice:

    Ringrazio Bruno per l’indicazione, e confesso che una delle due marche non m’era nota. Segnalerò la cosa all’interno del post.

  10. alfonso Dice:

    Caro Luca complimenti per il vasto repertorio di informazioni che sai darci. Da ragazzo (18/20enne…ora ne ho 46) compravo la biacca per pittori in barattolo da un kilo. Si trattava di carbonato di piombo di cui qui si parla? Da tanti anni uso il bianco di titanio Maimeri serie A o della Lefranc, e mi trovo benissimo. Cosa mi dici del bianco di zinco, che nn amo e non uso quasi mai? E’ dannoso come lo era la biacca?
    Un saluto, e spero di trovare un sito web per vedere le tue opere. Ti ho scritto il mio…anzi, il nostro, perchè siamo due gemelli pittori: io mi chiamo Alfonso e mio fratello Nicola.
    Buona pittura, e grazie.
    Alfonso

  11. luca Dice:

    Ciao Alfonso,
    grazie per i complimenti e per avere visitato questo sito. Il Bianco di cui si parla è esattamente il carbonato di piombo. Recentemente io sto usando molto il Michael Harding, una delle due marche già seganalate da Bruno. Il sito con le opere spero sarà presto disponibile; ho visitato il tuo (vostro) e l’ho trovato interessante.
    Un salutone

  12. Franco Dice:

    Ciao grazie dell’articolo,
    anche io non amo il bianco di Titanio, troppo opaco uccide quasiasi velatura. Io ho comperato 3 vasetti di Bianco d’argento della maimeri. Vengo a sapere adesso che è mischiato a bianco di zinco. Ma sei sicuro? Sulla confezione c’è scritto solo carbonato basico di Piombo.
    Non ho mai letto da nessuna parte che è mischiato.
    Grazie del bel articolo :-) )

  13. Franco Dice:

    Ciao ;-)
    ho mandato una mail alla maimeri per avere informazioni più precise.
    La biacca della maimeri la trovate come pigmento puro nella serie pigmenti puri per artisti (quella dei vasetti in vetro), mentre il bianco d’argento della serie artisti ad olio in tubetto purtroppo è mischiata con l’ossido di zinco.
    Grazie ancora dell’articolo ;-)
    Buona pittura a tutti ;-) )

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